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Roma contro Cartagine: la Prima guerra punica – ep. 22

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A partire dal 264 a.C. il Mediterraneo occidentale divenne il teatro di un’aspra lotta: da un lato Cartagine, colonia fenicia dell’Africa settentrionale che mirava a consolidare il suo potere mercantile sulle due sponde del mare; dall’altro la Roma repubblicana che a seguito della recente vittoria su Pirro, si apprestava ad estendere la sua influenza su tutta la Magna Grecia. Bastò una scintilla affinché l’ostilità strisciante montata negli anni precedenti desse luogo a uno dei più lunghi e importanti conflitti della Storia antica, paragonabile per importanza a quello che contrappose le póleis greche alla Persia: la Prima guerra punica.

UNA STORIA FATTA DI ANTICHI ACCORDI

I rapporti tra Romani e Cartaginesi non erano però sempre stati tesi. Polibio ad esempio racconta di tre trattati di amicizia stipulati tra le due città dei quali, il più antico, risalirebbe addirittura al 509 a.C. e con il quale le due contendenti definirono le rispettive aree di pertinenza: i Romani si sarebbero tenuti lontani dai territori in nord Africa, dalla Sicilia e dalla Sardegna; i Cartaginesi invece non si sarebbero intromessi negli affari romani e nelle questioni della Penisola. Così, mentre Roma iniziava ad estendere il suo dominio sull’Italia centro-meridionale, Cartagine era riuscita a mettere le mani non solo sulle città libiche e fenicie della costa africana dalla Cirenaica allo stretto di Gibilterra, ma era giunta fino alle coste meridionali della Penisola iberica, estendendo i suoi domini anche alla Sardegna, alla Corsica e alla Sicilia occidentale. Fu proprio la Sicilia a finire al centro di un’aspra contesa che provocò lo scoppio della Prima guerra punica. È difficile stabilire chi per primo lanciò il guanto di sfida ma è chiaro che i Romani vivevano con preoccupazione l’ipotesi di un’espansione punica in Sicilia perché il dominio dell’isola avrebbe reso i Cartaginesi un vicino scomodo e pericoloso. Inoltre, il controllo dello stretto di Messina, avrebbe concesso ai rivali la possibilità di poter disporre di una vantaggiosa testa di ponte per future incursioni nell’entroterra italico. Fu così proprio la disputa per il possesso della città dello stretto a fornire il “casus belli”: nel 288 a.C. i Mamertini, mercenari della Campania, rimasti senza guida dopo la morte di Agatocle, tiranno di Siracusa, occuparono Messina facendone la base per le loro scorrerie nelle campagne circostanti, cosa che creava non pochi problemi alla vicina Siracusa.

Cartagine e l'aspetto che doveva avere al tempo della Prima guerra punica.
Cartagine e l’aspetto che doveva avere la città al tempo della Prima guerra punica.

MESSINESI, SIRACUSANI E MAMERTINI

La città di Archimede, guidata in quegli anni dal nuovo tiranno Gerone II, desiderava da tempo estendere la sua influenza su tutta la Sicilia orientale e così, stufa dei continui sconfinamenti mamertini nel loro territorio, ingaggiò battaglia. Sconfitti nei pressi dell’odierna Milazzo, i Siracusani iniziarono così avvio l’assedio di Messina. Fu a quel punto che i Mamertini, inviarono due richieste d’aiuto, una a Cartagine l’altra a Roma: Cartagine rispose immediatamente mandando a sostegno degli assediati una flotta che, occupato il porto messinese, prese di fatto il controllo della rocca cittadina; Roma invece esitò. Scrive Polibio infatti che il Senato romano si spaccò in due: ad alcuni non sembrava vantaggioso far saltare la secolare amicizia con i Cartaginesi per la causa mamertina; molti senatori però fecero notare le conseguenze probabili di un’espansione punica che un mancato intervento di Roma avrebbe comportato. Così, nella più classica delle contese fra neutralisti ed interventisti, alla fine la spuntarono questi ultimi e si scelse di inviare due legioni al comando del console Appio Claudio Cadice in soccorso dei mercenari. Quando però Appio Claudio sbarcò sull’isola la situazione si era ulteriormente complicata: i Mamertini nel frattempo avevano espulso i Cartaginesi dalla città spingendoli nelle braccia di Gerone così da chiudere agli assediati ogni possibile via di fuga, sia per terra che per mare. A nulla servirono i tentativi di mediazione tra le rispettive rappresentanze diplomatiche e alla fine la strada che venne imboccata fu proprio quella che portò al campo di battaglia. Era il 264 a.C. e con la vittoria di Roma nella cosiddetta battaglia di Messina riportata sulle forze alleate siracusane e cartaginesi, aveva inizio la Prima guerra punica.

L'assedio di Siracusa.
L’assedio di Siracusa.

L’INTERVENTO DI ROMA E LO SCOPPIO DELLA PRIMA GUERRA PUNICA

Rotti i patti con Cartagine, l’anno seguente Roma rafforzò la sua presenza nell’isola inviando quattro nuove legioni per un totale di 16.000 fanti e 1.200 cavalieri supportati da altrettanti alleati italici: di fronte a un tale dispiegamento di forze molte città della Sicilia si ribellarono al controllo siracusano e passarono dalla parte dei Romani cosa che poco dopo spinse Gerone a fare altrettanto. Ad affrontarsi così non rimasero che gli unici e veri protagonisti del conflitto: Roma e Cartagine. Alla luce dei recenti avvenimenti le reazioni dei due potenze furono antitetiche: Roma, confidando sull’appoggio siracusano, ridusse a due il numero delle legioni sull’isola mentre i Cartaginesi, intensificate le operazioni di reclutamento di mercenari galli, liguri ed iberici, fecero di Agrigento il loro principale centro operativo. Nelle prime fasi della guerra le operazioni belliche si limitarono a pochi scontri sul campo e gli eserciti vennero maggiormente impiegati in piccoli assedi o blocchi dei porti, taglio delle linee di comunicazione e dei rifornimenti nemici, fino a quando nel 262 a.C. Roma non decise di puntare dritta su Agrigento in un’operazione che coinvolse entrambi gli eserciti consolari guidati da Lucio Postumio Megello e Quinto Mamilio Vitulo e che si protrasse per ben cinque mesi. Con gli assediati costretti alla fame, Cartagine si vide costretta ad inviare una guarnigione di rinforzo sotto la guida di Annone II il Grande il quale sbarcò sull’isola con una flotta carica di uomini ed elefanti. I Romani passarono così da assedianti ad assediati ma le cose non andarono secondo i piani cartaginesi: gli efficienti e disciplinati legionari sbaragliarono infatti le prime linee di mercenari punici che nella foga di allontanarsi si ritrovarono di fronte i loro stessi elefanti così da provocare lo scompiglio generale. La ritirata di Annone diede modo a Roma di espugnare Agrigento che venne sottoposta ad un violento saccheggio.

LA BATTAGLIA DI MILAZZO E L’IMPIEGO DEI “CORVI”

La conquista di Agrigento cambiò gli orizzonti di guerra dell’Urbe: le operazioni militari da quel momento in poi sarebbero state finalizzate tutte verso l’obiettivo grosso, quello cioè di cacciare i Cartaginesi dalla Sicilia. L’impresa però non era affatto semplice: Cartagine da tempo era padrona assoluta dei mari e i Romani non solo non avevano nessuna esperienza di guerra navale ma erano privi di una vera e propria Marina militare. Si comprese quindi che per avere la meglio sulla rivale sarebbe stata necessaria una flotta. Il Senato ne ordinò così la costruzione e in breve tempo Roma poté sfoderare ben 100 quinqueremi e 20 triremi che, affidate comando del console Gneo Cornelio Scipione Asina, fecero rotta verso la Sicilia. Gli entusiasmi romani però naufragarono miseramente: peccando di ingenuità, l’avanguardia di Scipione Asina venne sorpresa al largo delle isole Lipari e il console si ritrovò costretto a capitolare, catturato insieme a diciassette navi. A quel punto al comando della flotta venne dirottato Gaio Duilio, un homo novus, non appartenente cioè all’aristocrazia tradizionale di Roma, il quale però si dimostrò più scaltro del suo collega e pensò bene di cambiare strategia: giunto all’altezza del porto di Milazzo, attese con pazienza l’arrivo delle temibili triremi puniche, che al comando di Annibale Giscone, avanzavano veloci e sicure, convinte della loro superiorità operativa. Quel giorno nessuno tra i generali cartaginesi, poteva mai immaginare la sorpresa che i Romani aveva loro riservato: quando infatti si giunse allo scontro, le navi romane calarono i famosi “corvi”, delle passerelle dotate di un robusto gancio che nelle concitate fasi dell’abbordaggio vennero fatte scendere sulla coperta delle imbarcazioni cartaginesi permettendo ai legionari di lanciarsi all’assalto e di compiere per mare un combattimento terrestre in piena regola.

La battaglia di Milazzo, primo grande confronto navale della Prima guerra punica. Fu in quell'occasione che i Romani impiegarono i "corvi".
La battaglia di Milazzo, primo grande confronto navale della Prima guerra punica. Fu in quell’occasione che i Romani impiegarono i “corvi”.

LA VITTORIA DI ATILIO REGOLO A CAPO ECNOMO E LA FALLITA CAMPAGNA AFRICANA

Al termine della battaglia di Milazzo i Punici persero ben 50 navi: per Cartagine si trattò del primo boccone amaro, e più che per i danni subiti furono le modalità di quell’inaspettata sconfitta che costringeva la città fenicia a fare i conti con la rinnovata veste di navigatori indossata dai rivali. I successivi tre anni si trascinarono senza grandi sussulti fino a quando Roma decise di rompere l’inerzia e prendere in mano il pallino delle operazioni militari: nel 256 il console Marco Atilio Regolo propose di rispolverare il vecchio piano di Agatocle siracusano che prevedeva di portare la guerra in Africa. L’Urbe fece nuovamente le cose in grande ed allestì una formidabile flotta composta da più di 300 navi tra triremi e quadriremi. Regolo mise nel mirino la costa africana ma sulla sua rotta trovò i Cartaginesi, pronti a sbarrargli il passo. Lo scontro si svolse all’altezza di Capo Ecnomo e tra quelle acque quel giorno si affrontarono la bellezza di 700 navi e 300.000 uomini. I Romani si disposero con una formazione a cuneo e una volta aggirato il tentativo nemico di scompaginare la loro formazione, fu di nuovo l’utilizzo dei corvi a risultare decisivo. I consoli riuscirono a manovrare evitando l’accerchiamento e costringendo le navi nemiche a darsi alla fuga in mare aperto.

A quel punto la rotta verso l’Africa era libera: sbarcati a Clupea, Regolo e i suoi iniziarono a saccheggiare il territorio ed inflitta all’esercito nemico una sonora batosta ad Adys, occupò Tunisi. Il Senato cartaginese, con le spalle al muro, decise di intavolare i termini di un accordo di pace: Regolo voleva giungere all’accordo prima che da Roma giungesse l’altro collega e che il partito contrario alla guerra prendesse il sopravvento in Senato a causa degli enormi costi economici ed umani che l’Urbe sosteneva da molti anni. Così commise l’errore di imporre delle condizioni di pace troppo pesanti, tali da spingere Cartagine a preferire di voler continuare le ostilità piuttosto che piegare la testa e baciare le caligae romane. Con il nemico in casa però, l’unica soluzione sarebbe stata quella di riorganizzare l’esercito, un compito non semplice per una potenza che aveva fondato la sua grandezza sulla Marina militare: venne così ingaggiato un esperto di strategia militare terrestre, il mercenario spartano Santippo, il quale servendosi delle tattiche della falange macedone e dell’uso combinato degli elefanti, approfittò degli errori di valutazione commessi da Atilio Regolo, sconfisse pesantemente l’esercito nemico nella battaglia di Tunisi e fece prigioniero il generale romano. I circa 2.000 legionari sopravvissuti furono raccolti dalla flotta che Roma aveva inviato per chiudere le ostilità ma una volta preso il mare, una terribile tempesta li sorprese al largo della costa meridionale della Sicilia e delle 364 imbarcazioni se ne salvarono appena 80.

Navi cartaginesi durante la Prima guerra punica sfidano la flotta romana.
Navi cartaginesi durante la Prima guerra punica sfidano la flotta romana.

LA MORTE DI REGOLO E L’ENTRATA IN SCENA DI AMILCARE BARCA

La campagna africana promossa da Regolo si risolse così in un nulla di fatto. Come nelle più classiche delle guerre di logoramento infatti, nessuna delle due contendenti sembrava in grado di possedere forza sufficiente per mandare al tappeto l’avversario e poter dare così una svolta al conflitto. È a questo punto che si inserisce la leggenda di Marco Atilio Regolo raccontata da Tito Livio e cantata da Orazio nelle Odi: Regolo venne temporaneamente liberato a patto che il suo ritorno a Roma servisse per convincere il Senato a firmare la resa, pena il ritorno a Cartagine e la condanna a morte in caso di fallimento. Il console però non appena tornò in patria, anziché perorare la causa della pace, spinse il Senato a proseguire il conflitto rivelando ai suoi concittadini le precarie condizione economiche nelle quali versava l’acerrima nemica. Al termine della sua opera di convincimento, Regolo onorò la parola data e fece ritorno a Cartagine, dove fu giustiziato così da meritandosi un posto nella letteratura e nel mito. Indipendentemente da come siano andate le cose, la guerra proseguì, per terra e per mare: presa Palermo nel 254 a.C. furono vani gli sforzi del nuovo console Cecilio Metello che tentò un nuovo attacco per mare a Lilibeo, l’odierna Marsala. All’altezza di Trapani però i Romani subirono una nuova bastonata e persero nuovamente tutte le navi: nell’occasione si diede la colpa al console Claudio Pulcro che andando contro i cattivi auspici fu reo di aver gettato in mare i polli augurali che non beccavano il mangime: “Se non vogliono mangiare, che bevano” pare disse prima di finire a mollo lui stesso.

Roma e Cartagine proseguirono raschiando ognuna sul fondo del proprio barile: Cartagine, sempre più in crisi nera, era ormai incorsa in una pericolosa spirale economico-militare e rischiava di avvitarsi su sé stessa: si era infatti dissanguata nella gestione della flotta e la contrazione del suo giro d’affari rendeva sempre più complicato il mantenimento di un esercito composto prevalentemente da truppe mercenarie. Roma non se la passava meglio: le casse dell’erario erano perennemente a secco e a lungo si andò avanti per inerzia, limitandosi alla gestione della difesa marittima delle piazzeforti e facendo affidamento sulle poche navi da guerra superstiti. Nel frattempo i Punici avevano affidato il comando del loro esercito al giovane generale Amilcare Barca e sotto la sua guida riuscirono a conquistare la città di Erice, lasciando ai Romani la cima e la pianura sottostante. Gli anni dal 248 al 243 a.C. sfilarono via senza eventi degni di nota ma in questa lotta all’ultimo sangue Roma aveva dalla sua un piccolo vantaggio che alla fine si dimostrò decisivo: poteva infatti contare su una classe politica che sebbene dilaniata al suo interno, mostrava ancora la capacità e l’interesse economico di compattarsi nei confronti delle minacce esterne. Dimostrazione di questo si ebbe quando fu avviata una sottoscrizione privata dei suoi cittadini, probabilmente forzosa e dietro promessa di rivalersi sul bottino, per l’allestimento di una nuova flotta di 219 quinqueremi, l’ultima flotta che l’Urbe sarebbe stata in grado di varare, e che, affidata a Gaio Lutazio Catulo, prese il mare per tentare una volta per tutte di venire a capo della situazione. Era l’inizio dell’estate del 242 a.C. quando i Cartaginesi seppero dello sbarco di Catulo a Trapani, colti di sorpresa dalla notizia che gli odiati nemici fossero stati in grado di spremere una tale flotta dalle asfittiche casse statali. A quel punto da Cartagine si decise di inviare immediatamente le ultime riserve di grano e uomini per sostenere le truppe di Amilcare Barca che si battevano alle falde del monte Erice.

LA VITTORIA DELLE ISOLE EGADI E LA FIRMA DEL TRATTATO DI PACE

Al comando della flotta cartaginese venne posto ancora una volta Annone il quale preferì fare scalo all’isola “Sacra”, l’odierna Marèttimo in attesa di scaricare i rifornimenti alle truppe di Amilcare, ma Lutazio Catulo, saputo dell’arrivo di Annone, preparò la sua contromossa e portò la flotta fino a Favignana così da anticipare l’avversario. Il mattino del 10 marzo, tra le acque delle isole Egadi, Catulo e Annone si ritrovarono l’uno di fronte all’altro, pronti a compiere il loro destino: il comandante romano distese la sua flotta su una sola linea formando un lungo muro contro il qual far infrangere le navi cartaginesi che veleggiavano appesantite verso la costa del Monte Erice. A quel punto i Cartaginesi, alla vista dell’avanzata romana, ammainarono le vele per avere maggiore mobilità e si prepararono allo scontro. La battaglia fu durissima: i Cartaginesi videro rapidamente affondare cinquanta delle loro navi e altre settanta caddero in mano nemica. Solo un rapido e fortunoso volgersi del vento permise ad Annone e ai suoi di sganciarsi e ritornare all’Isola Sacra. Quel giorno Roma diede al mondo intero il segnale del raggiungimento di una chiara superiorità militare. In pochi anni l’Urbe aveva rivoluzionato il suo stile di combattimento in mare: innanzitutto era stata perfezionata la tecnica di costruzione delle quadriremi sul modello di quella punica strappata alla flotta del cartaginese Annibale Rodio che nel 250 a.C. aveva tentato di forzare il blocco romano al porto di Lilibeo. Poi, lunghi anni di guerra e i rovesci a cui erano stati abituati, avevano forgiato l’equipaggio di cui poteva disporre Lutazio Catulo che saggiamente, aveva mantenuto in continuo addestramento in previsione dell’imminente scontro. La disfatta Cartaginese calò di fatto il sipario sulla contesa: dopo ventiquattro anni di lutti, battaglie, guerriglie, assedi e naufragi, Cartagine fu economicamente incapace di varare un’altra flotta. Si concludeva così la Prima guerra punica: Amilcare, privo dei necessari rifornimenti, fu costretto ad arrendersi ed ottenne l’incarico di negoziare i termini della resa.

Rostro di una nave romana recuperato nelle acque delle isole Egadi e risalente al tempo della Prima guerra punica.
Rostro di una nave romana recuperato nelle acque delle isole Egadi e risalente al tempo della Prima guerra punica.

Roma pretese che i Cartaginesi si ritirassero dalla Sicilia abbandonando ogni ambizione su Siracusa, che restituissero tutti i prigionieri di guerra senza ottenere riscatto e che pagassero all’Urbe un’indennità di guerra di 1.000 talenti immediatamente e di 2.200 talenti in 10 rate annuali. La guerra lasciò dietro di sé un bilancio di perdite tremendo per entrambe le contendenti: nel corso dell’intero arco dello scontro Roma perse qualcosa come 700 navi massimamente equipaggiate, Cartagine circa 500 navi, perdite alle quali vanno aggiunte anche i disastri e le devastazioni degli scontri terrestri combattuti in Sicilia. Al termine delle ostilità l’isola triangolare cadde sotto l’egemonia romana e lo stesso accadde, poco dopo, alla Corsica e alla Sardegna. Un solo protagonista però rifiutò di arrendersi: secondo la tradizione antica infatti, Amilcare Barca, umiliato dalla sconfitta, tornò in patria deciso a vendicarsi. Non lo avrebbe potuto fare lui, ma suo figlio Annibale, al quale fece giurare “odio eterno contro Roma”. Il seme di una nuova guerra era già stato piantato.

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