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Ovra, la pupilla del duce – parte prima- ep. 20

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Tra il 1925 e il 1927, cioè negli anni in cui il regime estese in maniera sempre più ingombrante la sua presenza avviando la trasformazione dell’Italia liberale in uno Stato totalitario, sorse una struttura enorme, ramificata ed efficientissima destinata alla raccolta di informazioni e alla repressione dei dissidenti: il suo nome OVRA faceva riferimento ad un’organizzazione occulta gestita da funzionari di pubblica sicurezza e recitò un ruolo fondamentale nel controllo e nella persecuzione dei partiti, dei movimenti antifascisti e più in genere nell’eliminazione di tutte quelle figure che il regime riteneva politicamente scomode. Con l’introduzione delle “leggi fascistissime” nell’arco di un biennio furono rafforzati i poteri nelle mani del Capo del governo, Benito Mussolini, e venne imposto un violento giro di vite che restrinse drasticamente le libertà costituzionali: venne adottato in maniera sistematica il confino di polizia, fu reintrodotta la censura, la pena di morte e fu creato un Tribunale speciale per la difesa dello Stato composto non da giudici ordinari ma da ufficiali delle forze armate e Milizia volontaria per la sicurezza nazionale. L’origine dell’acronimo OVRA ancora oggi solleva molti dubbi: secondo molti la denominazione corretta potrebbe essere Opera Volontaria Repressione Antifascista secondo altri sarebbe invece Organizzazione Vigilanza Reati Statali. C’è chi però azzarda una spiegazione ben più agghiacciante: si dice infatti che fu lo stesso Mussolini in persona ad aver creato la sigla rimuovendo le prime due lettere alla parola PIOVRA di modo che l’OVRA foneticamente evocasse qualcosa di tentacolare capace di raggiungere e di arrivare in ogni dove così da irretire gli italiani scoraggiandone la sovversione. Nata dall’evoluzione degli Ispettorati sociali di pubblica sicurezza che vennero dislocati su base interregionale ed agivano in totale autonomia dal controllo di questure e prefettura, dal punto di vista gerarchico l’OVRA dipendeva dai Servizi informativi della divisione politica e dalla Divisione affari generali e riservati. Il Regime non badò a spese per la sua rete di controllo e mettendo a disposizione ingenti investimenti giunse a coprire capillarmente l’intero territorio nazionale: tra il 1927 e il 1928 la Direzione generale di Pubblica Sicurezza ricevette 110 milioni di lire, una cifra enorme per quei tempi, di cui 50 erano destinati alla polizia politica. Sorta come organizzazione antifascista la rete spionistica messa in piedi dal regime venne riconvertita negli anni a strumento di controllo degli orientamenti dell’opinione pubblica, a mezzo con il quale la stessa vita privata dei gerarchi era sottoposto allo scanner dell’ideologia dominante. Scrittori, giornalisti, cardinali, aristocratici, uomini di basso rango, avvocati di fama, coriacei antifascisti e leader politici della sinistra popolarono il variegato mondo dei delatori, delle spie e dei collaboratori del regime vendutisi per paura, fragilità caratteriale, ambizione o denaro. Non solo gli uomini ma anche molte donne vennero reclutate dalla Polizia politica ed entrarono a far parte della rete manovrata dall’OVRA: sono centoquindici i nomi di donne che compaiono tra quelli dei fiduciari diretti del regime, ancor di più quelle arruolate tra i sub-fiduciari, sorta di Mata Hari di provincia o nobildonne note e blasonate, mosse talvolta da uno zelo delatore indipendente, in altri casi amanti di spie in piena carriera. Diversi poi anche i volti noti del mondo della letteratura che a vari livelli finirono per collaborare: dagli scrittori Vasco Pratolini la cui collaborazione in verità fu breve e da approfondire nei termini ad Ignazio Silone la cui attività spionistica è stata largamente documentata dallo storico Mauro Canali; da Max Salvadori, figura di spicco del gruppo Giustizia e Libertà al germanista Guido Manacorda fino allo scrittore Antonio Pizzuto, all’artista futurista Italo Tavolato e al vecchio leader socialista Costantino Lazzari. Il sistema messo in piedi durante il Ventennio allo scopo di abbattere l’opposizione e misurare la temperatura dell’ortodossia ideologica dei cittadini fu profondo e articolato.

Tacete, il nemico vi ascolta! Manifesto propaganidistico del regime fascista.
Tacete, il nemico vi ascolta! Manifesto propaganidistico del regime fascista.

 

IL PRIMO NUCLEO DELL’OVRA

Il regime giunse infatti all’OVRA per gradi: dopo la marcia su Roma del 1922 e l’ascesa al potere del partito fascista, Mussolini manifestò abbastanza precocemente la sua vocazione repressiva con l’intenzione di perfezionare la polizia politica e i sistemi di controllo del sistema liberale. La fase primordiale della conduzione fascista della macchina poliziesca può essere fatta risalire all’11 novembre 1922 quando Emilio De Bono, uno dei quadrumviri del Partito, ottenne la carica di intendente generale di polizia, rimpiazzando nelle funzioni quello che precedentemente era stato il direttore generale della Pubblica sicurezza. In quei primi mesi De Bono orientò l’apparato di controllo dell’ordine pubblico secondo gli interessi del Partito cioè in una costante attività di compenetrazione tra il regime e lo Stato: i prefetti ricevettero nuovi incarichi e liste segnaletiche di dissidenti da sottoporre ad un serie di misure di limitazione a seconda di quello che era considerato il loro grado di “pericolosità”: ovvero dal pedinamento, alla registrazione degli spostamenti e delle frequentazioni, fino alla perquisizione domiciliare e al fermo a “scopo” diremmo precauzionale. La fascistizzazione dei prefetti fu quindi un cardine del programma mussoliniano e nel corso di quel primo arco di tempo il governo favorì, non senza scossoni, la transizione da un quadro di tolleranza repressiva, adottata dallo stato liberale fino a quel momento, al controllo minuzioso dell’operato degli oppositori. Per questo fu data facoltà a De Bono di poter reclutare, al di fuori dell’amministrazione, persone da destinare alle “nuove mansioni investigative”: questo senso videro la luce la Milizia volontaria per la sicurezza nazionale e soprattutto la CEKA, la polizia politica segreta che dipendeva direttamente dal Duce sorta su imitazione della polizia rivoluzionaria sovietica: in realtà rispetto alla controparte russa la CEKA fascista non raggiunse mai quel livello di efficienza né tantomeno poté godere di quella struttura altamente organizzata che invece i sovietici erano riusciti a realizzare.

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