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Napoleone e l’azzardo russo: cronaca di una disfatta

Nel 1810 Napoleone era al vertice del suo potere tantoché le sue incessanti vittorie lo avevano reso padrone dell’Europa. I Paesi Bassi e l’Italia, fino alla Città Eterna erano sotto il dominio francese; un gran numero di Stati tedeschi aveva riconosciuto una confederazione sotto la sua egemonia, e la Prussia e l’Austria, una volta sconfitte, erano divenute alleate sottomesse. Portoghesi, Spagnoli e Inglesi erano gli unici che costantemente continuavano a resistergli. Così, per piegare la Gran Bretagna, Napoleone organizzò un blocco continentale allo scopo di ostacolare l’economia del Regno Unito e il cui punto di forza era rappresentato dall’alleanza con la Russia.

LA ROTTURA CON LA RUSSIA E LA PIANIFICAZIONE DELLA CAMPAGNA

Un’alleanza però che poggiava su basi traballanti rese ancora più fragili da interessi contrastanti che portarono all’inevitabile rottura tra le parti: l’intento dello zar Alessandro I era quello di impossessarsi di Istanbul e degli stati balcanici ma Napoleone non gli avrebbe mai permesso di aprirsi uno sbocco sul Mediterraneo. Inoltre, il blocco continentale e l’interruzione dei redditizi commerci con la Gran Bretagna avevano creato una forte insoddisfazione sia nella nobiltà russa che nella classe mercantile che aveva visto sempre più minacciate le proprie ricchezze. Lo zar quindi si ritrovò a rompere con Napoleone e a quel punto l’Empereur iniziò a progettare l’invasione dell’impero dello zar. Attaccare la Russia però non sarebbe stato uno scherzo in quanto l’impresa militare che Napoleone si apprestava ad affrontare si annunciava tra le più impegnative della sua intera carriera: diede così ordine di radunare un’eccezionale contingente di truppe dal cuore della Germania e nel maggio del 1812 la “Grande Armée” raccolse qualcosa come 600.000 uomini, 200.000 animali e un convoglio logistico di ben 25.000 carri. Questo straordinario numero di soldati venne suddiviso in tre macro-gruppi: il primo, quello costituito da ben 449.000 unità venne destinato alle rapide operazioni di invasione e a sua volta fu diviso in tre armate: una principale comandata dallo stesso Napoleone e due ausiliarie rette dal principe Eugenio Beauharnais, figliastro di Napoleone, e dal fratello Gerolamo Bonaparte. Il secondo e terzo gruppo, composto rispettivamente da 165.00 e 66.000 uomini, costituivano le riserve. Ai comandi del generale francese vi era un esercito realmente internazionale: chiamato successivamente l’Esercito delle venti nazioni, era composto da francesi per il solo 30% del totale mentre buona parte era rappresentato da soldati tedeschi, polacchi, italiani, austriaci, prussiani, portoghesi e spagnoli. Questa grande varietà costituì uno dei punti deboli della grande armata posta sotto il suo comando: i soldati “stranieri” infatti prestavano un servizio privi dell’ardore e dell’entusiasmo che aveva caratterizzato le armate francesi negli anni d’oro delle conquiste napoleoniche e mantenere la disciplina e il controllo di un esercito tanto vasto era piuttosto difficile, tanto più per un nuovo come Napoleone che aveva la tendenza a tenerlo completamente sotto il suo diretto comando. Inoltre, nonostante l’accuratezza dei preparativi, importanti fattori, come l’immenso palcoscenico bellico, la scarsa qualità delle vie di comunicazione, la difficoltà dei rifornimenti e il clima ballerino dal torrido al gelo non furono presi in considerazione dal Bonaparte con la dovuta attenzione.

INIZIA LA CAMPAGNA MILITARE E IL PRIMO SCONTRO A SMOLENSK

Nei primi giorni di giugno del 1812, il grosso dell’enorme esercito napoleonico occupò le basi a est della Prussia e della Polonia, sul confine con la Russia, nelle vicinanze occidentali del fiume Niemen. Napoleone e le sue forze che si estendevano per oltre 400 chilometri, costituivano una minaccia sia per San Pietroburgo sia per Mosca. Alla vigilia dell’attacco francese, l’esercito russo disponeva, su diversi fronti, di circa 400.000 soldati regolari. In realtà, di questi, circa 200.000 uomini facevano parte delle due Armate dell’Ovest, pronte ad invadere tempestivamente la Polonia, capeggiate dall’esperto generale Michail Barclay de Tolly e Petr Ivanovic Bagration. A sud, una terza armata russa si era andata formando per affrontare un’eventuale invasione dell’Austria. Il resto invece era composto perlopiù da riserve e dislocato altrove. Il piano francese prevedeva di accerchiare e sconfiggere separatamente i due eserciti russi ma per attuare ciò, Gerolamo Bonaparte doveva attirare Bagration verso Varsavia mentre Napoleone si sarebbe diretto a Vilna e, dopo aver sconfitto Barclay, sarebbe tornato indietro per affrontare la retroguardia del primo generale, distruggendolo. In teoria, il piano era abbastanza semplice e lineare, ma nella pratica si rivelò piuttosto difficoltoso.

La Grande Armata attraversa il Niemen il 24 giugno 1812.
La Grande Armata attraversa il Niemen il 24 giugno 1812.

Il 24 giugno 1812 le truppe imperiali attraversarono così il fiume Niemen senza troppa difficoltà e senza incontrare la benché minima resistenza: attraverso tre ponti di barche, che i genieri francesi avevano costruito la notte precedente, le truppe napoleoniche sfilarono rapidamente guadagnando l’altra sponda del fiume e la strabordante moltitudine di uomini e cavalli si mosse in colonne serrate solcando quelle campagne sterminate in un perfetto ordine. Di fronte a tale dispiegamento di forze i Russi scelsero di non ingaggiare il nemico, preferendo cedere il terreno nella speranza di logorare gli invasori per poi affrontarli successivamente in condizioni più favorevoli. Barclay infatti si allontanò da Vilna, che Napoleone prese poco dopo senza difficoltà facendone centro nevralgico delle sue forze e lo stesso fece Bagration spostarsi in direzione di Varsavia ripiegò verso nord così da ricongiungersi con Barclay e a nulla valse il tentativo di Gerolamo Bonaparte di accerchiare le forze russe. A metà luglio l’imperatore riprese ad avanzare ma l’impeto che aveva animato i suoi uomini nelle prime settimane cominciò a scemare lentamente. L’esercito infatti era costretto ad avanzare sopportando un tempo instabile che alternava un caldo torrido a violenti ed improvvisi temporali che resero il terreno sempre più fangoso ed impraticabile: le pessime condizioni delle strade russo rendevano il trasporto delle vettovaglie e dell’artiglieria sempre più faticoso,  i cavalli cominciarono a morire di fame e fatica e le malattie, favorite dai cadaveri dei militari in putrefazione, si diffondevano rapidamente anche tra gli uomini ancora sani ma debilitati.

IL COMANDO A KUTUZOV E LA BATTAGLIA DI BORODINO

Il 25 e il 26 luglio, a Vitebsk Napoleone entrò in contatto con le avanguardie di Barclay ma dopo svariati combattimenti informato del fatto che non avrebbe ricevuto sostegno, decise di ritirarsi da Vitebsk alla volta di Smolensk e si ricongiunse alle truppe di Bagration. I francesi restarono interdetti di fronte alla tattica dei Russi: molti crederono infatti che la ritirata di Barclay fosse sintomo di debolezza e dopo aver lasciato riposare per alcuni giorni le sue truppe stremate dall’avanzata in terra straniera, Napoleone progettò una nuova manovra per aggirare i Russi radunatisi a Smolensk. Era il 17 agosto e quello di Smolensk fu il primo scontro tra Russi e Francesi: su pressione dei suoi ufficiali e dello stesso zar, Barclay fu costretto a muovere battaglia: lo scontro infuriò nei sobborghi della città in fiamme e costò un grande numero di perdite tra i napoleonici. Temendo di non riuscire a contenere l’assalto francese Napoleone ordinò di abbandonare la città. Durante la notte l’esercito russo si ritirò nuovamente in direzione di Mosca approfittando dell’inerzia del generale Jean-Andoche Junot che non riuscì ad ostacolare le manovre nemiche. Il 25 Napoleone decise di muoversi e nonostante la grande confusione che animava le retrovie e la mancanza di rifornimenti si pose all’inseguimento del nemico.

Napoleone alla battaglia di Smolensk.
Napoleone alla battaglia di Smolensk.

Nel frattempo lo zar Alessandro mostrava sempre più segni di insofferenza: contrario alla strategia messa in atto da Barclay affidò il comando a Mikhail Kutuzov. Kutuzov era un “soldato” completamente diverso, intransigente e piuttosto  risoluto. Il nuovo generale era infatti convinto della necessità di evitare grandi scontri campali contro l’esercito napoleonico e preferì fare affidamento soprattutto su una strategia di logoramento al fine di indebolire lentamente la Grande Armata. La cosiddetta “tattica della terra bruciata” avrebbe reso Kutuzov famosissimo ma in quei giorni era necessario rallentare l’avanzata di Napoleone il cui esercito in marcia venne intercettato ad un centinaio di chilometri a ovest di Mosca. I francesi infatti furono raggiunti dalle truppe dello zar nei pressi del villaggio di Borodino, lungo la strada che dalla Polonia conduce a Mosca. L’imperatore francese, desideroso di concludere la Campagna di Russia si preparò ad uno scontro decisivo e nei pressi di quel piccolo e anonimo villaggio venne combattuta una una delle più grandi e sanguinose battaglie delle guerre napoleoniche conosciuta nella storiografia francese come battaglia della Moscova: protrattasi per più di 12 ore, la battaglia coinvolse infatti oltre 250.000 soldati tra russi e francesi, con la perdita, tra morti e feriti, di circa 80.000 uomini. Fu il fuoco di più di mille cannoni ad annunciare l’inizio delle ostilità quel 7 settembre 1812. Napoleone, rinunciando a eseguire la manovra di accerchiamento consigliata del generale Louis Davout, combatté in una serie di attacchi frontali che provocarono effetti devastanti su entrambi i fronti, ma quando alla fine riuscì a prevalere sull’esercito russo non si decise a impegnare le riserve e permise che il grosso del contingente nemico si ritirasse. La strada verso Mosca era ormai spianata sebbene per aprirla era stato pagato un costo altissimo: l’esercito francese subì 30.000 perdite a fronte delle 44.000 vittime russe tra le quali il generale Bagration che venne ferito a morte. Tecnicamente Napoleone poteva dirsi vincitore, ma quello di Borodino non fu certo uno scontro decisivo: Kutuzov aveva ancora a disposizione ben 90.000 uomini e ciò stava ad indicare che la campagna napoleonica era tutt’altro che definita a vantaggio dei francesi. Resta il fatto che nel corso del tempo la battaglia di Borodino ha assunto caratteri rilevantissimi per effetto dell’opera di mitizzazione operata sia dalla letteratura sia dalla storiografia russa: Lev Tolstoj ad esempio nel suo romanzo “Guerra e pace” ne fece un simbolo della vittoriosa “guerra patriottica” combattuta dal popolo russo contro l’invasore, emblema della tenacia e dell’incrollabile capacità di resistenza dell’esercito e della nazione.

Napoleone e i suoi generali alla battaglia di Borodino.
Napoleone e i suoi generali alla battaglia di Borodino.

L’INGRESSO A MOSCA E IL ROGO DELL’ANTICA CAPITALE RUSSA

Una settimana dopo Borodino Napoleone giunse a Mosca. Il suo esercito, dopo aver percorso circa 900 chilometri dall’inizio dell’invasione, si era ormai ridotto ad un contingente di 100.000 soldati, in buona parte sfinito dall’arsura e dalla dissenteria. L’imperatore francese si aspettava che lo zar Alessandro accettasse a questo punto di negoziare, ma il sovrano non intendeva cedere e, dando seguito al suggerimento dei suoi generali decise di privare Napoleone del trionfo rappresentato dalla conquista di Mosca. La maggior parte dei 300.000 abitanti moscoviti abbandonò la città obbedendo agli ordini del governatore Fyodor Rostopchin e la notte del 14 settembre in cui i francesi entrarono nella città, scoppiarono diversi fuochi dolosi che diedero vita ad un enorme e devastante incendio che nei quattro giorni successivi avrebbe raso al suolo la capitale russa.

Quando le fiamme giunsero a minacciare il Cremlino, dove Napoleone aveva fissato il suo alloggio costringendolo a trasferirsi nel palazzo Petrovsky, i francesi attraversarono via Arbat in fiamme fino alla Moscova, per poi imboccare una via sicura verso nordovest. A lungo i contemporanei e gli storici hanno discusso su chi fossero i responsabili dell’incendio: ciò che è certo è che le autorità russe diedero ordine di bruciare i granai e i magazzini per impedire ai francesi di approvvigionarsi anche se risulta alquanto improbabile che queste avessero pianificato un incendio di così vaste proporzioni. Le fiamme divamparono rapidamente in una città che per tre quarti era costruita di legno e a generare ulteriore scompiglio in quei terribili giorni furono anche i soldati imperiali che, senza farsi troppi scrupoli saccheggiare le abitazioni abbandonate dai moscoviti con l’intento di appropriarsi di ogni genere alimentare od oggetto di valore abbandonato dai russi durante il concitato esodo. Di fatto Napoleone si ritrovò catapultato in una situazione di grande difficoltà: terribilmente lontano dalle proprie basi logistiche, isolato per via delle linee di comunicazioni instabili e insicure e con l’inverno ormai alle porte, l’imperatore trascorse cinque settimane d’autunno sperando di riuscire a trattare con lo zar il quale però poteva brandire il “coltello dalla parte del manico”: Alessandro contava infatti sull’arrivo dell’inverno che avrebbe fiaccato la resistenza francese permettendo ai russi di riorganizzare i ranghi del proprio esercito. Bloccato in una situazione di stallo senza apparente via di scampo Napoleone dovette arrivare ad una decisione: continuare ad avanzare rincorrendo il “fantasma russo” avrebbe significato morire e ugualmente, restare a Mosca in attesa di un trattato di pace, in una città resa ad un immenso cumulo fumante, significava di fatto ammettere la sconfitta. Vi era poi il problema dello scarso approvvigionamento a disposizione dei suoi uomini e l’arrivo della cattiva stagione avrebbe reso la permanenza nell’antica capitale russa ancora più difficile e penosa: Napoleone infatti aveva completamene sottovalutato il problema del cibo ad inizio campagna Gli restava quindi una sola possibilità: la ritirata. L’inverno e le enormi distanze da percorre a ritroso verso l’Europa centrale avrebbero trasformato la campagna russa di Napoleone di un terribile disastro.

Il terribile incendio di Mosca.
Il terribile incendio di Mosca.

LA RITIRATA E L’ARRIVO DEL “GENERALE INVERNO”

Il 19 ottobre 1812 dopo una permanenza a Mosca di ben 35 giorni, l’imperatore diede inizio alla ritirata. I suoi 95.000 uomini si misero in marcia, interpreti di una straziante ed interminabile agonia. Il lento e debilitato convoglio napoleonico impiegò cinque giorni per percorrere i primi 100 chilometri e quando giunse nei pressi di Maloyaroslavets, Kutuzov, colse di sorpresa le avanguardie francesi: ne derivò un feroce combattimento che obbligò i francesi alla ritirata su Smolensk dove Napoleone sperava di trovare i depositi di rifornimenti e i suoi quartieri d’inverno. Tuttavia la colonna di marcia francese rallentata a causa dei carri e dei continui assalti dei russi alla sua retroguardia, fu raggiunta dall’arrivo del freddo e dalle prime nevicate. L’inverso del 1812 giunse prematuramente e con un’intensità mai riscontrata nei vent’anni precedenti. L’assenza di cavalleria, (i pochi cavalli rimasti erano morti o erano stati uccisi per sfamare i soldati), costrinse i cavalieri a marciare con la fanteria e la mancanza di bestie da traino obbligò le truppe a disfarsi rapidamente di carri e cannoni. I feriti vennero pian piano abbandonati al loro destino e alcuni prigionieri russi, per rivalsa, vennero giustiziati senza scrupoli. Alcuni gruppo di soldati lasciarono le loro unità di combattimento per andare in avanscoperta alla ricerca di cibo ma finirono per essere massacrati dai cosacchi che seguivano le colonne francesi a debita distanza come se fossero dei banchi di lupi. Lo stesso Napoleone fu sul punto di cedere nelle loro mani, tanto che si racconta che chiese al proprio medico personale di fornirgli un veleno che avrebbe poi portato al collo in una borsetta, pronto ad ingerirlo in caso di cattura. Il 9 novembre, i 50.000 uomini sopravvissuti della Grande Armée giunsero a Smolensk. Prive ormai di ogni disciplina, non esitarono a saccheggiare i loro stessi depositi di rifornimento mentre Kutuzov, che monitorava la situazione da lontano con un contingente di 90.000 uomini, si preparava a sferrare il colpo di grazia contro Napoleone. Le forze russe aumentavano sempre più mentre l’esercito imperiale, ridottosi ormai ad una massa di stanchi e debilitati fuggitivi, era sul punto di soccombere al gelo invernale, a quel terribile “generale inverno” che si faceva sempre più intenso e che il 14 novembre portò la temperatura a sfiorare i ventuno gradi sotto zero. Qualche giorno dopo la maggior parte delle truppe imperiali sempre più decimate dal freddo rischiò di essere divisa a Krasnoe e solo l’energico contrattacco della Guardia imperiale che colse i russi di sorpresa permise a Napoleone di proseguire la ritirata.

La ritirata di Napoleone Bonaparte da Mosca.
La ritirata di Napoleone Bonaparte da Mosca.

Questo però non impedì ai francesi di “evitare” la Beresina. Fu quello l’ultimo tentativo russo di mettere in ginocchio l’esercito francese e si consumò lungo le rive del fiume Beresina, affluente di destra del Dnepr, a circa 200 chilometri da Vilna. Il 22 novembre Napoleone era venuto a conoscenza del fatto che l’esercito russo aveva preso il controllo del fiume distruggendo i ponti che ne permettevano il guado. Questo significava l’avere lungo la strada un fiume impossibile da oltrepassare con alle spalle l’avanzata dell’esercito di Kutuzov e da nord il pericolo di un’altra forza nemica in rapido avvicinamento: il rischio di un completo accerchiamento era altissimo. Napoleone e i suoi uomini non avevano molte possibilità se non tentare di escogitare un modo che permettesse loro di attraversare il fiume per proseguire nella ritirata. Lo stratagemma fu quindi quella di inscenare la costruzione di un ponte gettando nel fiume uno svariato numero di cavalletti così da indurre i Russi a credere che i Francesi avrebbero guadato la Bersina nei pressi di Borisov dove prontamente vennero fatte confluire le truppe nemiche. 15 km più a nord però, nei pressi del villaggio di Studienka i genieri del generale Jean Baptiste Eblé scoprirono un nuovo punto di attraversamento e in sole 20 ore costruirono due ponti (uno per i fanti e l’altro per i convogli e l’artiglieria) nelle gelide acque del fiume. Molti uomini perirono nelle operazioni di costruzione uccisi dal freddo ma il sacrificio di questi permise a larga parte dell’armata di trovare scampo al di là del fiume. Il 26 novembre iniziò così l’attraversamento della Beresina. Di conseguenza i russi, accortisi del grave errore commesso, si diressero velocemente verso Studienka. Alla loro vista però la disperazione s’impossessò dei francesi che entrarono nel panico quando udirono le prime cannonate che si avvicinavano. Mentre alcune unità imperiali proteggevano la ritirata, il generale Eblé, eseguendo gli ordini ricevuti, il 29 novembre fece incendiare i due ponti malgrado un numero disperato di non combattenti al seguito delle truppe non avesse ancora oltrepassato il fiume. Sulla riva opposta rimasero ben 30.000 uomini, donne e bambini, che finirono prigionieri dei cosacchi. Ai 24.000 superstiti che erano riusciti a guadare la Beresina rimanevano da percorrere ancora 350 chilometri per raggiungere il confine segnato dallo Niemen. L’ultimo soldato francese passò il fiume Niemen a metà dicembre mentre Napoleone, che aveva abbandonato l’esercito giorni prima, rientrava a Parigi il 18 dello stesso mese.

LE CONSEGUENZE DI UN DISASTRO E IL TRAMONTO DI UN IMPERO

A Parigi infatti le notizie che giungevano sulla ritirata dell’esercito e la lunga assenza dell’Imperatore preoccuparono la Corte e in seguito al susseguirsi di false voci sulla morte di Napoleone alcuni tramarono un colpo di mano. Di fronta a tale instabilità Napoleone fece il suo ritorno a Parigi viaggiando in incognito su una slitta accompagnato da due generali con in quali attraversò le pianure della Lituania e della Germania. Le cronache ce lo descrivono ancora molto sicuro di sé, quasi incapace di comprendere la gravità della situazione. Complessivamente le perdite dell’intera iniziativa militare ammontarono a 300.000 francesi, 70.000 polacchi, 50.000 italiani, 80.000 tedeschi e circa 450.000 russi. Il disastro della Campagna di Russia ebbe un’importanza decisiva nella storia europea e segnò la rovina dei progetti di Napoleone e del suo sistema di dominio: nei mesi successivi infatti la Prussia e gli altri stati della Germania del nord si ribellarono al giogo francese e nel giro di pochi mesi anche l’Austria si sarebbe schierata con la Russia e la Prussia. In Spagna poi la battaglia di Vitoria riportava gli inglesi sugli scudi. La stella di Napoleone era ormai al tramonto e i disastri del 1812 ebbero un fortissimo impatto negativo non solo sul piano politico ma anche su quello militare: la forza militare francese non si riprese più dopo le pesanti perdite subite in Russia e sebbene Napoleone sarebbe poi riuscito a reclutare un nuovo esercito venne sconfitto nella decisiva battaglia di Lipsia che ebbe luogo tra il 16 e il 19 ottobre del 1813Lipsia figlia della disfatta di Russia, a sua volta determinata da gravi errori politici e diplomatici ancor prima che militari: la scelta di sostenere due guerre contemporaneamente (in Spagna e in Russia) si rivelò sbagliata e avrebbe dovuto regolare la questione nella penisola iberica prima di lanciarsi nell’ancora più massiccia campagna contro lo Zar facendo affidamento sulla collaborazione delle corti di Austria e Prussia che si sentirono danneggiate dalla decisione napoleonica di coinvolgerle in una guerra francese nata per sostenere le sanzioni economiche del “Sistema Continentale“; inoltre l’incapacità di riuscire a superare gli insormontabili problemi logistici della campagna di Russia preclusero al Bonaparte ogni possibilità di successo. Paradossalmente però per le sue catastrofiche dimensioni e per le sue caratteristiche la sconfitta russa è diventata nel tempo un evento quasi mitico dell’epopea napoleonica tanto che la grandiosità degli eventi e della disfatta hanno accresciuto, anziché diminuito, la fama e il valore del percorso storico quasi leggendario dell’Imperatore dei francesi.

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