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Napoleone a Marengo: storia di due battaglie

Marengo fu senza dubbio una svolta importante nella carriera politica di Napoleone poiché se è vero che quella vittoria non decise da sola la guerra e la Campagna d’Italia, garantì al Bonaparte la possibilità di consolidare saldamente il suo potere. Potere raggiunto a seguito dei fatti avvenuti il 9 novembre 1799 quando a Saint-Cloud si riunirono gli organi legislativi partoriti dalla Rivoluzione francese, ovvero la Camera degli anziani e il Consiglio dei Cinquecento: l’obiettivo era infatti quello di raggiungere un nuovo equilibrio istituzionale in una Francia in pieno fermento dopo i rovesci militari patiti nella Campagna d’Egitto che avevano acuito i sentimenti di allarme per il pericolo di un’invasione da parte della Seconda coalizione. Emmanuel Joseph Sieyès, tra i politici più in vista nonché uno dei cinque membri del Direttorio, era il cervello dell’intera operazione e aveva elaborato un piano ben definito col quale organizzare un colpo di Stato allo scopo di trasferire i poteri ad un gruppo ristretto di accoliti e scongiurare così un ritorno del giacobinismo.

NAPOLEONE PRIMO CONSOLE

Il Direttorio infatti sarebbe stato portato alle dimissioni e una volta abrogata la Costituzione dell’anno III, le due assemblee legislative sarebbero state incaricate di dar vita ad un’apposita commissione che avrebbe disegnato una nuova Costituzione secondo le indicazioni dei singoli congiurati. Per concretizzare le sue ambizioni Sieyès necessitava però dell’appoggio di un collaboratore influente o meglio dire di una classica “testa di legno” una figura che in apparenza fosse sufficientemente forte ed amata, possibilmente un militare o comunque qualcuno che fosse legato a doppio filo con l’esercito, da poter poi manovrare e sfruttare a proprio vantaggio: tra i candidati il generale Jean Victor Marie Moreau sembrava quello con il perfetto phisique du rôle vista la fama e il prestigio accumulato in quegli anni durante le guerre rivoluzionarie ma a detta di Sieyès Moreau aveva una personalità troppo libera ed invadente e rischiava di sfuggirgli di mano. Per questo la scelta ricadde su Napoleone, un generale più giovane di Moreau che sebbene anch’esso ambizioso almeno apparentemente si mostrava di più facile gestione e che a dispetto dell’alta considerazione di cui godeva tra i suoi soldati appariva meno pericoloso e in possesso di una personalità non così ingombrante per quei politici che, avendo ormai le mani sulla Francia non avrebbero corso il rischio di essere accantonati in un angolo. Quel giorno, il 18 brumaio secondo il calendario rivoluzionario, le cose però non andarono secondo i piani della vigilia: la Camera degli Anziani votò infatti la modifica costituzionale che venne avanzata da Sieyès ma il Consiglio dei Cinquecento si mise di traverso. Presidente di questa camera bassa era addirittura Luciano Bonaparte, fratello di Napoleone, che le tentò tutte pur di convincere i colleghi a votare il provvedimento richiesto ma tra i deputati di ala giacobina il sentore che si stesse preparando un colpo di Stato imboccando la strada che portava dritta dritta alla dittatura si fece terribilmente concreto. Addirittura per ottenere il favore dell’assemblea lo stesso Napoleone venne invitato a parlare con l’intenzione di sfruttare la sua magnetica capacità di attrarre le folle ma il tentativo messo in atto dai congiurati mostrò tutti i suoi limiti: al cospetto di quell’assemblea composta da politici navigati, avvezzi all’arte della retorica, le argomentazioni bonapartiste si sciolsero come neve al sole e quando, nel pieno del fervore, il generale minacciò gli Anziani, venne ricoperto di insulti e gli animi si surriscaldarono. Circondato da un capannello di rappresentanti sembra addirittura che fu ferito di striscio da una coltellata e scortato da alcuni soldati guidati da Murat e Lefebvre, guadagnò a fatica l’uscita dall’aula scampando di un soffio ad un tentativo di linciaggio.

Napoleone Bonaparte, Primo console della Repubblica francese
Napoleone Bonaparte, Primo console della Repubblica francese

Sieyès consigliò quindi di passare alle maniere forti. Fuori da Saint-Cloud infatti insieme agli addetti alla difesa delle assemblee legislative francesi, vi erano anche diversi reparti di granatieri di linea, cioè di soldati. Così quando si diffuse la notizia che Napoleone era stato ferito dai membri del Consiglio dei cinquecento, quegli uomini, portati lì con l’intenzione preventiva di irretire quei politici che si fossero opposti ai nuovi aggiustamenti costituzionali promossi dai congiurati, decisero di intervenire. Gli ufficiali suonano la carica e al rumore dei tamburi che si propaga dai locali adiacenti a quelli dove sono riuniti i cinquecento, esplode il panico. In un fuggi fuggi generale i membri del Consiglio tentano addirittura di buttarsi dalle finestre pur di scampare all’arrivo dei militari che con le baionette in pugno fecero sgombrare l’aula. Non si procedette a nessuna nuova votazione, ma considerata valida quella effettuata dall’Assemblea degli anziani si procedette ad emanare un decreto nel quale si leggeva che “Il Consiglio degli Anziani, datosi lo scioglimento della seduta del Consiglio dei Cinquecento, decreta quanto segue: avendo quattro su cinque membri del Direttorio dato le dimissioni, sarà nominata una commissione esecutiva provvisoria composta da tre membri”. Si formò così una commissione per la revisione della Costituzione e come previsto venne istituita una commissione “consolare esecutiva” composta da Sieyès, Ducos e Bonaparte che ereditarono il potere del Direttorio. Napoleone diventava così Primo console e da quel giorno avrebbe retto i destini di Francia per i successivi quindici anni.

LA CAMPAGNA D’ITALIA DEL 1800

Con una svolta autoritaria e personalistica calava il sipario sull’esperienza repubblicana ma a dispetto delle apparenze dopo brumaio il destino di Napoleone appariva tutt’altro che solido e una sconfitta militare ne avrebbe potuto spezzare definitivamente i sogni di gloria. Il problema più impellente per il Primo console era infatti rappresentato dalla guerra ancora in corso con l’Austria e l’Inghilterra. Con il ritiro dei russi il peso del conflitto era ricaduto tutto sulle spalle degli austriaci che finanziati dagli inglesi avevano il compito di proseguire le ostilità. Dal punto di vista strategico la Francia poteva però contare su una buona posizione potendo disporre di due eserciti, uno dislocato sul fronte italiano, l’altro su quello tedesco. Aveva poi un puntello da poter sfruttare rappresentato dalla Svizzera che nello scontro con i russi è rimasta in mano francese e può essere sfruttata come corridoio per facilitare le comunicazioni fra i due schieramenti. Il piano che venne buttato giù è inizialmente quello di fare della Svizzera una base d’appoggio e chiudere la campagna militare cogliendo una grande vittoria in Germania ma questa strategia finì per essere accantonata perché sebbene Primo console Napoleone non disponeva ancora di poteri “assoluti” sulla macchina militare francese e come limite alle sue possibilità di comando gli venne proibito di guidare direttamente sul campo i suoi eserciti. Di conseguenza l’armata di stanza in Germania finì agli ordini di Moreau, vero grande rivale di Napoleone all’interno dell’esercito francese. A questo punto decise di giocarsi il tutto per tutto in Italia così da riconquistare quei territori che la Francia aveva perduto nel 1799 piegata dai successi dei russi di Suvorov e della Seconda coalizione con i francesi costretti a ripiegare in Liguria e dietro il Reno. Il piano che Napoleone escogitò ruotava attorno ad un presupposto strategico ricorrente: la sua idea infatti era quella di piombare quanto più rapidamente alle spalle del nemico così da tagliarne le linee di comunicazione e costringerlo ad uno scontro decisivo in campo aperto. Napoleone scelse così di attraversare le Alpi al comando di una nuova armata di circa 15.000 uomini costituita in Svizzera mettendo insieme pezzi delle restanti armate francesi. L’intenzione era quella di prendere alle spalle l’esercito austriaco che era di stanza in Piemonte a protezione delle forze impegnate nell’assedio di Genova dove al comando del generale Masséna erano asserragliati gli ultimi resti dell’armata francese sconfitta più volte dagli austro-russi mentre Napoleone combatteva in Egitto all’ombra delle piramidi. L’avanguardia, al comando del generale Jean Lennes, era formata da circa 6.000 uomini, 2.400 cavalieri agli ordini di Gioacchino Murat mentre la guida dell’armata di riserva venne condotta dal generale Louis Alexandre Berthier e lasciando stupefatti i suoi nemici Napoleone decise di far passare l’esercito per il valico del Gran San Bernardo che, sebbene fosse la metà di maggio era ancora coperto di neve. Il passaggio del Gran San Bernardo fu una delle grandi imprese militari di Napoleone, eternata dal noto quadro di David in cui si vede Napoleone avvolto in un mantello rosso e blu cavalcare un cavallo bianco impennato che indica alle sue truppe la direzione verso cui andare.

Napoleone Bonaparte valica il Gran San Bernardo nel quadro di David.
Napoleone Bonaparte valica il Gran San Bernardo nel quadro di David.

In realtà, strategie di propaganda a parte, Napoleone riuscì a passare il valico montano in modi ben più prosaici, in una giornata di tempo sereno e a dorso di mulo. La leggenda vuole che Napoleone si sia ispirato all’impresa di Annibale, fatto sta che, il vero sforzo fu quello di riuscire a portarsi dietro l’intero parco di artiglieria: nelle battaglie del periodo napoleonico il cannone era infatti è un’arma davvero micidiale che è in grado di infliggere le maggiori perdite all’avversario e di fiaccarne il morale. Per far passare i cannoni attraverso le gole della Valle d’Aosta e soprattutto le strettoie controllate dal Forte di Bard in mano agli austriaci, i francesi dovettero compiere dei veri salti mortali: la fanteria aggirò la fortezza percorrendo delle strette mulattiere lungo i fianchi della montagna e l’intera artiglieria pesante viene fatta passare a notte fonda a ridosso della stessa con le ruote avvolte negli stracci e dopo aver posato lungo i sentieri della paglia e dello sterco di modo che chi controllava il passaggio dall’alto non riuscisse ad avvertire il benché minino rumore. Sul posto venne lasciata una divisione per attaccare la fortezza che resistette fino ai primi di giugno mentre nel frattempo il grosso dell’esercito, composto da circa 40.000 uomini piombava nella Pianura Padana. A quel punto, rinunciando al progetto originario di dirigersi verso Genova per prestare soccorso alle truppe di Masséna Napoleone puntò dritto su Milano, sbucando alle spalle dell’esercito austriaco e chiudendogli la via d’accesso verso la Pianura Padana. Quando giunse la notizia che Masséna era ormai sul punto di arrendersi i francesi si spostarono verso ovest, ovvero verso la zona meridionale del Piemonte dove si trovavano gli austriaci del feldmaresciallo Michael von Melas. Lasciata Milano si diresse con i suoi uomini a Pavia mentre nel frattempo il generale francese Lannes, con i suoi 8.000 uomini riporta un importante successo sulle truppe del generale nemico Peter Ott che viste le gravi perdite subite fa ritirare gli austriaci ad Alessandria. Napoleone nel frattempo prese possesso della gola di Stradella e spostatosi a Voghera irrompe nella pianura del Piemonte orientale. Il 13 giugno fece attestare i suoi soldati a San Giuliano, davanti ai campi di Marengo.

LE DUE BATTAGLIE DI MARENGO

Si narra che verso metà giornata giunse al suo cospetto un contadino il quale lo informò di aver visto gli austriaci di Melas stanziati nei pressi di Genova. Il Primo console rimase interdetto di fronte ad una notizia che si sarebbe in seguito rivelata falsa ma che avrebbe condizionato non poco le sue mosse successive: infatti convinto che il grosso dell’esercito di Melas fosse ancora in Liguria e temendo che il suo avversario potesse ricongiungersi con le truppe che credeva stessero ancora assediando Genova, dove Masséna si era invece già arreso, avanzò con un corpo principale attraverso la piana di Marengo e sotto un violento temporale l’avanguardia francese giunse nei pressi della riva della Bormida, in vista di Alessandria dove conversero i diversi corpi d’armata che si erano mossi separatamente. L’Armata di Riserva, come era chiamato il corpo militare guidato da Napoleone, poteva contare adesso su 58.000 soldati dei quali circa 30.000 era le unità pronte ad entrare immediatamente in battaglia. A guidarli sul campo oltre al fido Luois Charles Desaix, il generale con il quale nei due anni precedenti Napoleone aveva condiviso l’esperienza della campagna d’Egitto, al fianco del Primo console giunsero anche i generali Berthier, Lannes, Victor, Duhesme, Boudet e Monnier ovvero tutti i suoi uomini più leali. Così con l’intenzione di mettere in atto la classica manovra, la maneuvre sur les derrières, cioè il tentativo di aggirare alle spalle il nemico tagliandogli le linee di comunicazione, diede ordine Desaix di spostarsi verso sud al comando di un grosso contingente con l’ordine di dirigersi verso Genova alla ricerca di Melas. Napoleone però non sospettava minimamente quanto fossero vicine le truppe austriache e quando decise di mandare in avanscoperta una divisione a nord della Bormida commise l’errore di non far tagliare i ponti di barche sul fiume non prevedendo che quelli stessi passaggi avrebbero permesso agli austriaci di avvicinarsi pericolosamente qualche ora più tardi. Melas aveva scoperto infatti che i francesi erano disuniti e stavano avanzando lungo direttrici parallele in modo da tentare, com’era tipico del modus operandi di Napoleone, di avvolgere buona parte dell’esercito austriaco in ritirata. Il Primo console credeva infatti che Melas stesse facendo di tutto per evitare lo scontro diretto per evitare così di finire accerchiato dai francesi. In realtà il feldmaresciallo austriaco era giunto alla conclusione che non valesse la pena di ritirarsi davanti ai francesi, così come avevano fatto i suoi colleghi nella precedente campagna d’Italia e come anche lui aveva scelto di fare fino a quel momento e anziché passare sulla riva ovest del Tanaro, Melas fece ritorno sulla riva est con il massimo delle forze a sua disposizione e deciso a giocarsi il tutto per tutto in un combattimento a campo aperto marciò dritto verso il corpo centrale dell’esercito francese che si trovava sotto il comando diretto di Napoleone. Alle prime luci dell’alba del 14 giugno 1800 tre colonne di fanti e di cavalieri austriaci, supportate da diversi cannoni pesanti, lasciarono in silenzio Alessandria.

Artigliere francese sotto attacco a Marengo.
Artigliere francese sotto attacco a Marengo.

Con in dosso giubbe bianche dell’esercito imperiale asburgico, lacere per via dei tanti combattimenti dei mesi precedenti, una milizia multinazionale composta da ungheresi, croati, boemi, veneti, lombardi e una minoranza di austriaci si mosse senza far rumore, rinunciando al tipico strepitio di trombe e tamburi e sfruttando il favore di un cielo tornato sereno dopo diversi giorni di pioggia battente attraversò la Bormida sotto il naso dei francesi e mosse verso un piccolo borgo ad ovest di Alessandria: lì nei pressi dell’anonimo villaggio di Marengo, poche case contadine strette attorno ad una locanda nata per accogliere le carrozze dei viaggiatori provenienti da Torino, Alessandria o dalla Liguria,  il silenzio della campagna alessandrina sarebbe stato rotto dai colpi di fucile, dallo scalpitio dei cavalli lanciati alla carica e dalle urla dei feriti, una terribile scena che coinvolse circa 60.000 uomini che si sarebbero dati battaglia per tredici lunghe ore.  Quella mattina fu proprio il boato di un cannone in lontananza a svegliare Napoleone: il rombo proveniva proprio dai campi attorno a Marengo, ad alcuni chilometri dal suo quartier generale. Gli austriaci di Melas, oltre 30.000 uomini di cui 8.000 cavalieri e ben 100 cannoni si erano scaraventati contro i corpi francesi di Victor e Lannes che disponevano di 15.000 fanti, 2.000 cavalli e 41 cannoni ed erano in evidente inferiorità numerica. I francesi resistettero tutta la giornata fino al pomeriggio inoltrato assorbendo gli attacchi austriaci e riuscendo ad organizzare una rotazione dei battaglioni così da cedere il terreno agli avversari con grande lentezza. Napoleone, attardatosi al suo quartier generale convinto che si trattasse solo di una finta manovra del nemico, un tentativo di coprire la ritirata di Melas verso Genova e il Po, giunse al fronte solo a metà mattinata ma fin da subito fu in grado di comprendere la piega che la battaglia stava prendendo e di constatare amaramente la gravità della situazione e gli errori commessi, primo fra tutti quello di aver allontanato Desaix che sarebbe stato indispensabile per riequilibrare le forze in campo. Il Primo console non poté far altro che inviare al suo generale un ordine urgente affinché tornasse indietro: Desaix fortunatamente non era troppo lontano da Marengo perché ritardato nella marcia dall’attraversamento di un fiume o perché, come ritengono molti, non fosse convinto della tattica napoleonico e avesse ritardato di proposito il più possibile la marcia verso sud. Fatto sta che i francesi a Marengo fecero quello che poterono e lentamente dopo aver difeso le linee e manovrato sulle ali presero a ripiegare: lo fecero lentamente, in maniera ordinata e silenziosa con pochi reparti che andarono in rotta presi dal panico. A metà pomeriggio per i francesi la battaglia era perduta e la vittoria austriaca così chiara a tutti che il generale Melas, leggermente ferito, dispose che il nucleo centrale del suo esercito avanzasse in marcia in colonna mentre lui, stanco e leggermente ferito, si ritirava ad Alessandria lasciano il comando al capo di stato maggiore Anton von Zach.

IL RITORNO DI DESAIX E LA VITTORIA FRANCESE

Fu proprio quando i giochi sembravano fatti che arrivò Desaix. I resoconti della battaglia riferiscono di un succoso scambio di battute che ci fu nell’occasione tra Napoleone e il suo generale. Una volta sceso da cavallo ed abbracciato il Primo console, Napoleone chiese al suo sottoposto un parere: “Come ti sembra la battaglia?”. Desaix, tirando fuori l’orologio rispose: “Questa è perduta, ma sono soltanto le due e abbiamo il tempo per vincerne un’altra”. In effetti con l’arrivo di Desaix la battaglia pomeridiana andata in scena a Marengo fu completamente diversa rispetto a quella che si era svolta nella fase mattutina. Napoleone riuscì a sfruttare al meglio le forze a sua disposizione: incoraggiate dai rinforzi tutte le batterie francesi vennero riunite in una sola che fece fuoco ai fianchi della colonna austriaca aprendo profondi varchi tra le sue fila. Desaix non aveva un contingente enorme, circa 20.000 uomini ma la loro irruzione sul campo di battaglia divenne decisiva. Per di più gli austriaci, che avevano combattuto tutto il giorno erano ormai stanchi e lentamente iniziarono a cedere. Diversi eventi poi crearono scompiglio tra le giubbe bianche: a seguito dell’esplosione di un carro di munizioni che provocò morti e feriti il generale francese Francois-Etienne Kellermann ordinò ai suoi 400 uomini della cavalleria di caricare al galoppo il fianco sinistro della colonna austriaca di von Zach, formato da 6.000 uomini. Dai resoconti si legge che Kellermann dopo essere passato di gran carriera davanti ai cannoni ordinò ai suoi squadroni di virare sulla sinistra per poi piombare con tutta la forza sul fianco nemico: la brigata austriaca si sciolse, il generale von Zach venne catturato e i pochi sopravvissuti si dettero alla fuga. L’impresa di Kellermann rincuorò la fanteria francese che ritrovata nuova forza tornò a fare pressione sugli austriaci imprimendo un nuovo andamento all’intera battaglia: le linee nemiche ondeggiarono e prima di sera gli austriaci fuggirono dal campo disordinatamente. Alle nove, quando orami il solo era già tramontata, lo scontro cessò: la vittoria francese era completa. Sul campo di battaglia restò però il grande protagonista della giornata: ferito al petto da un colpo di baionetta senza che nessuno se ne accorgesse il generale Desaix, per molti il vero vincitore di Marengo, trovò la morte abbandonando per sempre Napoleone “Sono piombato nel più profondo dolore per l’uomo che più amavo e stimavo” scrisse il giorno successivo ai suoi colleghi consoli e molti anni più tardi, durante l’esilio di Sant’Elena, tornando nelle sue memorie sulla perdita del valoroso Desaix constatò amaramente che la sua morte fu una delle sue più grandi disgrazie.

Morte del generale Desaix di Jean Broc (1806).
Morte del generale Desaix di Jean Broc (1806).

“IO C’ERO A MARENGO”

A conti fatti quella di Marengo si tramutò in una disfatta praticamente totale per l’Austria la cui armata fu ridotta di circa la metà tra prigionieri, circa 8.000, i morti, oltre 6.000 e i feriti, per non parlare dei 40 cannoni distrutti e dell’umiliazione delle 15 bandiere cadute in mano nemica. Anche i francesi però ne uscivano con le ossa rotte l’Armata contò infatti circa 14.000 perdite tra caduti e feriti. La dura verità dei numeri impose al feldmaresciallo Melas di chiedere l’armistizio ai francesi e poche ore dopo venne firmata la convenzione di Alessandria che imponeva agli austriaci di ritirarsi ad est del Ticino, a cedere le piazzeforti in Piemonte e in Lombardia e a sospendere ogni iniziativa bellica in attesa della firma del trattato di pace. Il 17 giugno Napoleone lasciò l’esercito e dopo essere passato per Milano partì alla volta di Parigi. Il 23 giugno un decreto poneva fine all’esistenza dell’Armata di Riserva incorporandola nell’Armata d’Italia posta sotto il comando di Messéna: vissuta poco più di cento giorni la Riserva aveva compiuto gloriosamente il suo dovere. In un ordine emesso il 24 giugno Napoleone si complimentò con i suoi soldati per il loro successo dichiarando che: “Il giorno di Marengo sarebbe rimasto famoso in tutta la storia”. Aveva ragione: la battaglia e la vittoria di Marengo avrebbe restituito a Napoleone una fama imperitura e fu lo stesso Primo console, più di ogni altro, a volerne fare un mito facendo ricorso a tutti i mezzi a sua disposizione: dalla stampa di regime, alle decine di opere d’arte commissione o prodotte spontaneamente da pittori come Jacques Louis David a Antoine-Jean Gros. Vennero distribuiti titoli e compensi monetari ai soldati che avevano trionfato in quel giorno e la frase “Io ero a Marengo” divenne una frase ricorrente sulla bocca di tutti quei soldati che avevano avuto la fortuna di trovarsi proprio lì dove si era fatta la storia. Addirittura Napoleone volle che in ricordo della vittoria fosse coniata una moneta di 20 franchi, il Marengo d’oro e sempre in funzione dell’esaltazione del mito della vittoria francese venne inventato un poco probabile “pollo alla Marengo” che il Primo console avrebbe mangiato il giorno prima della battaglia e del quale nessuno sa esattamente la ricetta. Marengo fu la prima vera vittoria di Napoleone su scala europea come capo di Stato, quella che gli avrebbe permesso di negoziare la pace con i sovrani europei da una posizione di forza. Prima con gli accordi di Lunéville siglati con l’Austria nel febbraio del 1801 poi con la pace di Amiens, Napoleone ottenne, seppure provvisoriamente, qualche risultato da cui partì per costruire la sua carriera personale: il 2 agosto 1801 venne proclamato Console a vita poi, una volta raggiunta la pace con l’Inghilterra, prese la strada che lo portò alla corona imperiale. Vari commentatori in questi duecento anni hanno più volte sottolineato gli errori commessi dal Primo console a Marengo e la buona sorte che permise al Grande Corso di cogliere una vittoria isperata anziché ritrovarsi al cospetto di una vera e propria catastrofe: la cieca convinzione di Napoleone che Melas non avrebbe combattuto, basata su informazioni inesatte sulla sottovalutazione delle qualità del generale avversario e nell’eccessiva fiducia sul potere scoraggiante della sua fama furono delle mancanze imperdonabili così come la scelta di aver lasciato i reparti di Victor troppo esposti all’attacco austriaco. La sconfitta nella battaglia del mattino gli fu di grande insegnamento: negli scontri combattuti negli anni a seguire difficilmente avrebbe concentrato tutti i suoi uomini disponibili contro il nemico ma avrebbe sempre tenuto, in disparte e sotto il suo controllo, delle potenti riserve di uomini pronte ad intervenire nel momento critico dello scontro.

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