fbpx
Crea sito

Lutero e le 95 tesi: la rivoluzione inaspettata

Scrive lo storico Adriano Prosperi in Lutero gli anni della fede e della libertà che nel tempo in cui: “Altri scoprivano mondi e mari ignoti, Lutero scoprì un mondo religioso fino allora sconosciuto […] Dentro questioni aperte come le guerre combattute in nome di Dio, il diritto alla libertà di culto, la crisi del primato della politica ritroviamo infatti le ragioni e gli esiti del conflitto che il monaco tedesco ingaggiò contro il papato romano”. Parafrasando Prosperi potremmo dire che il processo esplorativo luterano ebbe indirettamente inizio il 21 febbraio 1513 quando a Roma morì Giulio II, al secolo Giuliano della Rovere, uno dei papi del Rinascimento che meglio incarnò lo “spirito temporale” della Chiesa di quegli anni. Non a caso si disse infatti che Giulio II una volta calzata la tiara avesse gettato nel Tevere le chiavi di san Pietro e conservato invece la spada di Paolo.

Con la morte quindi del “Papa guerriero” si apriva una nuova fase nella storia della cristianità: il breve conclave che seguì elesse Leone X, al secolo Giovanni de’ Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico signore di Firenze, che salì al Soglio pontificio con la chiara intenzione di sostenere gli interessi della sua potente famiglia. Estremamente colto papa Leone amava lo sfarzo tanto quanto la raffinatezza e già al momento della sua elezione, avvenuta l’11 marzo del 1513, mostrò di non avere nessun dubbio su come avrebbe condotto il suo ministero: “Poiché Dio ci ha dato il Papato, godiamocelo” avrebbe detto al cugino Giulio, il futuro papa Clemente VII.

LEONE X E LA PROSECUZIONE DEI LAVORI DELLA NUOVA BASILICA DI SAN PIETRO

Di sua sponte, a differenza del suo predecessore, papa Leone X avrebbe preferito dedicarsi alle arti e agli inganni della politica più che alle questioni della guerra ma suo malgrado in quest’ultime venne coinvolto: sfuggito alla congiura ordita dal cardinale Alfonso Petrucci, al quale era stato negato il potente vescovado di Siena, si ritrovò a dover gestire il dirompente ingresso sulla scena politica italiana del re di Francia Francesco I che, avendo tra i suoi antenati la nobile famiglia dei Visconti, avanzò decise pretese sul ducato milanese guidato da Massimiliano Sforza. Così, sempre più a corto di fondi a causa delle guerre intraprese contro i “nemici della Chiesa“, sin da subito Leone X si mosse per trovare nuove forme di finanziamento allo scopo di poter dare forma concreta ai suoi ambiziosi progetti: tra questi un posto d’eccellenza lo occupava la prosecuzione dei maestosi lavori di edificazione della nuova basilica di San Pietro. Sì perché Giulio II, che aveva fatto abbattere la vecchia Basilica costantiniana, aveva perorato la necessità di consegnare alla cristianità un nuovo e ben più consono simbolo della sua grandezza e per questo il 18 aprile 1506 aveva “battezzato” l’apertura del cantiere della nuova casa di Pietro. Con la sua morte però i lavori rallentarono e il vortice internazionale che risucchiò il Papato spinse i vertici romani alla ricerca di nuove forme di finanziamento per mandare avanti l’opera. Fu a quel punto che nel 1515 il papa Medici promise indulgenze a tutti i fedeli che avessero versato un obolo per contribuire alla costruzione della nuova casa della Chiesa.

Papa Leone X
Papa Leone X in un dipinto di Raffaello Sanzio.

In particolare fece un accordo in Germania con Alberto di Hohenzollern, arcivescovo di Magdeburgo e Halberstadt, che nelle intenzioni pontificie avrebbe agevolato non poco le operazioni di costruzioni della nuova Basilica: il “patto” prevedeva infatti il versamento di una somma di 10.000 ducati in cambio dell’arcivescovado di Magonza, particolarmente ambito dal prelato brandeburghese perché il suo possesso l’avrebbe reso primate di Germania e cancelliere dell’Impero. La somma elargita per chiudere l’affare venne messa a disposizione dal ricco banchiere di Augusta Jakob Fugger e tra i termini dell’accordo che venne stipulato tra le parti la Santa Sede riconosceva all’arcivescovo Alberto il privilegio di estinguere il debito contratto con la banca dispensando nei suoi territori un’indulgenza della durata di otto anni cosicché metà del denaro incassato sarebbe stato riutilizzato dal Papa per finanziare la fabbrica di San Pietro mentre l’altra metà sarebbe andata direttamente a Fugger come restituzione del prestito contratto. Il cerchio era praticamente chiuso per cui al grido di “Appena il soldo in cassa ribalta, l’anima via dal Purgatorio salta” il monaco domenicano Johann Tetzel, incaricato dall’arcivescovo di Magonza, iniziò a girare di città in città con il compito di predicare in favore dell’indulgenza.

MARTIN LUTERO E LA “TURMERLEBNIS”

Nel frattempo a Wittenberg, in Turingia, diverse cose erano cambiate in quegli anni. Tornato dal suo viaggio romano Martin Lutero il 19 ottobre 1512 venne proclamato “dottore in teologia” e poco dopo aveva iniziato ad insegnare Esegesi biblica proprio nella sua università, grazie ai buoni uffici dell’amico Johann von Staupitz, Vicario generale della congregazione tedesca degli agostiniani. Secondo le fonti, l’11 marzo 1513 Lutero tenne la sua prima lezione: tema sottoposto ai suoi studenti fu l’analisi e l’interpretazione del Libro dei Salmi. A quella prima lezione ne susseguirono molte altre tanto che nel triennio 1513-1516 lesse e studiò sempre più a fondo le Sacre Scritture riuscendo a placare parte di quella inquietudine che lo tormentava fin dai tempi del suo noviziato. Staupitz, vedendo in lui grandi capacità, gli affidò così importanti incarichi non solo di natura accademica ma riguardanti anche la gestione dell’ordine, tanto che in una lettera scritta ad un amico Lutero arrivò a lamentarsi del fatto che: “Raramente mi rimane del tempo per recitare le mie ore o per dire messa pur in presenza di tutte queste tentazioni della carne, del mondo e del diavolo”.

Tetzel vende le indulgenze
Johann Tetzel vende le indulgenze in Germania (Carl von Haeberlin).

Fu proprio in quegli anni che lentamente Lutero sprofondò nella Turmerlebnis, la cosiddetta “esperienza della torre”: mentre si trovava nella torre del suo convento leggendo e meditando sulla Lettera di San Paolo ai Romani visse una nuova “scoperta del Vangelo”. Secondo il monaco agostiniano infatti l’uomo, in quanto peccatore corrotto per natura, non poteva guadagnare la salvezza della sua anima attraverso le opere, così come invece prometteva la Chiesa di Roma ma solo Dio poteva concederla. Inoltre nemmeno il sacerdote poteva cambiare ciò che Dio aveva stabilito per l’eternità ma solo la fede in Dio gli avrebbe garantito la possibilità di essere accolto nell’alto dei Cieli. Premesse queste che entravano in forte contrasto con quanto stava accadendo proprio in Germania, una terra che da diverso tempo viveva una diffusa situazione di sofferenza provata a più livelli. Lutero sembrò quindi calcare il palcoscenico della storia al momento giusto. Sgombriamo però il campo dai dubbi ormai stantii: a scatenare la Riforma favorendone l’attecchimento non fu solo la questione delle indulgenze. Questa era una causa indubbiamente importante ma era affiancata da altre motivazioni di altrettanta gravità e influenza. Infatti mentre l’Italia era da decenni immersa nel fervore delle esperienze dell’Umanesimo e del Rinascimento la Germania viveva di fatto ancora nel Medioevo.

LE 95 TESI E LA RIVOLUZIONE INASPETTATA

A differenza di Francia e Spagna che avevano già intrapreso quel percorso che le avrebbe portate alla definizione di moderni stati nazionali e rispetto alla stessa Italia che benché divisa era ancora il cuore nevralgico degli scambi economici e culturali dell’Europa, la Germania era frammentata in tanti staterelli laici ed ecclesiastici che avevano tenuto l’intera regione ai margini, lontana dallo sviluppo goduto ad altre latitudini. Inoltre la Chiesa sul suolo tedesco era detentrice di forti privilegi che oltre a diminuire il potere imperiale garantivano alla stessa grandi ricchezze condizionando le scelte delle singole autonomie locali. Per questo quando Martin Lutero apparve sulla scena tedesca, senza nulla togliere alla tensione religiosa e alla predicazione del monaco agostiniano, i principi tedeschi, che da tempo tentavano di ridurre il peso di Roma circoscrivendolo alla sola sfera spirituale, ne fecero il loro campione, lo strumento perfetto per le proprie ambizioni. Questi infatti, oltre a volere ridurre l’influenza della Chiesa romana in Germania aspiravano da tempo a sottrarsi anche al tentativo di rinnovamento dell’autorità imperiale promosso sia da Massimiliano I d’Asburgo che dal suo successore Carlo V, che fin dalle prime uscite ufficiali aveva dato prova di muovere nella direzione di una rigenerata intesa con il Papato.

Fu quindi sufficientemente facile per i principi tedeschi e per Lutero soffiare sul fuoco del risentimento popolare per via della pesante imposizione fiscale che il Papa da un lato e l’Imperatore dall’altro imponevano alle genti tedesche: “I maiali si ingrassano con rifiuti e legumi e danno alle cucine lardo, salsicce e pietanze di qualità – scrisse Lutero in quegli anni – Dunque la Germania è il porco del papa, che ci ingrassa con dei legumi, cioè con le vuote menzogne della sua tradizioni e in cambio noi gli abbiamo dovuto dare il lardo e salsicce in grande quantità, ovvero dargli torto”. Al punto di rottura si giunse però gradualmente: già nel 1516 Martin Lutero si era pronunciato più volte sia in forma scritta che dal pulpito contro la pratica della completa remissione dei peccati che le indulgenze promettevano e alle quali proprio la chiesa di Wittenberg mostrava di ricorrere con ardore: infatti l’elettore di Sassonia, Federico III, si era dato molto da fare in quegli anni e dopo aver radunato una certa “collezione” di reliquie varie aveva ricevuto da Roma la speciale concessione della remissione completa dei peccati per un periodo di otto anni in favore di tutti coloro che si fossero recati in Sassonia per versare il loro obolo penitenziale.

Federico III di Sassonia
Ritratto di Federico III di Sassonia.

Per questo quando il 31 ottobre del 1517 (dopo aver inviato due lettere, di cui una all’arcivescovo Alberto di Brandeburgo e l’altra al vicario Gerolamo Schultz contro la predicazione di Tetzel considerava falsa e blasfema) Lutero attaccò alla porta della chiesa del castello di Wittenberg un foglio stampato in latino contenente le famose 95 Tesi, lo fece con lo spirito indignato e combattivo, tipico del docente universitario pronto alla “disputatio” con chiunque sostenesse quell’ “immondo mercanteggiare“. Non sospettava minimamente però che quel suo gesto “accademico” avrebbe innescato una bomba nel mondo cristiano che, con la sua deflagrazione, nel giro di pochi anni avrebbe cambiato per sempre la storia della Chiesa e della Germania.

PER SAPERNE DI PIÙ:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *