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L’Oracolo di Delfi, il più famoso e temuto centro oracolare del mondo greco

Secondo la tradizione Delfi era esattamente al centro del globo terrestre: nel Tempio dedicato al dio Apollo infatti era custodito “l’omphalos” una misteriosa pietra che stava ad indicare come quello fosse l’ombelico del mondo. Il mito sosteneva infatti che Zeus, per determinare il centro esatto della terra, avesse liberato due aquile dagli opposti estremi del pianeta e il loro volo si sarebbe incrociato proprio nel punto dove poi sarebbe sorta la città sacra. Mito a parte non fu la sua posizione a conferire a Delfi la sua notorietà: la città infatti ospitò l’oracolo più importante e influente del mondo greco: l’Oracolo di Apollo. Situata nella regione della Focide a circa 130 km a nord-ovest di Atene e posta a 600 metri d’altezza alle pendici del monte Parnaso, le sue origini restano misteriose.

LE ORIGINI MITICHE DELL’ORACOLO CARO AD APOLLO

Luogo sacro della “ierogamia“, cioè dell’unione tra il dio del cielo Urano e della terra Gea, secondo la tradizione mitica Apollo si recò sul Parnaso dove viveva il drago serpente Pitone (figlio di Gea) con l’intenzione di ucciderlo poiché questo aveva osato importunare sua madre Latona quando questa era incinta del piccolo Febo. Con le sue frecce Apollo uccise il mostro e si impossessò del tempio che il drago aveva posto sotto il suo controllo. Di risposta Gea, sentendosi oltraggiata dall’azione di Febo, chiese l’intervento di Zeus. Il padre degli dei allora ordinò al figlio di farsi purificare a Tempe e lo obbligò non solo ad istituire dei giochi Pitici in onore di Pitone ma anche a presiederli. A quel punto Apollo, dopo esseri purificato andò a cercare il dio Pan e una volta appresi da questo i segreti dell’arte divinatoria, in qualità di protettore e creatore dell’Oracolo delfico, costrinse la sacerdotessa, che prese il nome di Pitonessa o Pitia, a servirlo.

Apollo e Pitone
Apollo scaglia la freccia che uccide il serpente Pitone.

Da quel momento, secondo le antiche leggende, iniziò la grande storia di Delfi e del suo Oracolo, meta di pellegrini che da ogni angolo del mondo antico giungevano fin lì per avere l’occasione di ricevere il vaticinio della sacerdotessa su questioni riguardanti sia la vita pubblica sia la vita privata: capitava spesso infatti che grandi città inviassero a Delfi delle delegazioni sacre, chiamate theoriai, allo scopo di chiedere al dio pareri sulla condotta da assumere in relazione a questioni più disparate della vita politica o sociale, dalla fondazione di una nuova colonia, all’elezione di un cittadino ad una carica magistrale. La guerra, ovviamente, era tra i temi più ricorrenti delle pubbliche consultazioni: nessuno si arrischiava di dichiarare guerra senza ottenere il responso favorevole del dio sebbene non sempre questo fosse infallibile nelle sue previsioni. Vi sono infatti diversi esempi celebri che mostrano la parzialità delle posizioni prese dall’Oracolo a proposito di questioni di grande importanza e di come l’incertezza dominasse le sue profezie: ad esempio le cronache narrano di come i Messinesi si rivolsero a Delfi per le loro controversie con la potente Cartagine e ottennero il seguente responso: “I Cartaginesi vi raggiungeranno con l’acqua” e questi male interpretarono il vaticinio pensando che sarebbe stata la sete di un assedio a farli cadere e invece furono sconfitti in mare. Oppure Creso, l’ultimo sovrano di Lidia, si rivolse all’Oracolo il quale gli predisse che se avesse combattuto contro i Persiani: “sarebbe caduto un grande impero” non immaginando però che sarebbe stato proprio il suo, di dominio, a cedere sotto i colpi degli eserciti del Gran Re. E ancora, anche nel corso delle Guerre Persiane, Delfi emise responsi apparentemente favorevoli ai Persiani per poi fare marcia indietro e vaticinare invece la vittoria degli Ateniesi se questi si fossero schierati dietro “un muro di legno”, intendendo con ciò la flotta di navi che poi, avrebbero colto a Salamina.

L’ORACOLO DI DELFI, STRUMENTO DI LOTTA POLITICA

Un po’ quindi come accade nei moderni oroscopi, l’Oracolo faceva dell’ambiguità la sua carta vincente, la sola che gli garantisse di coltivare il terreno del dubbio interpretativo e che gli permettesse di riservarsi la possibilità di poter sempre far ricadere a favore della realtà delle cose le sue profezie una volta che gli eventi avessero preso un indirizzo ben preciso. Con il passare del tempo l’Oracolo di Delfi perse la sua divina imparzialità: negli anni della Guerra del Peloponneso, ad esempio, si schierò apertamente dalla parte degli Spartani ai quali profetizzò che Apollo li avrebbe sostenuti con ogni mezzo nella lotta contro l’odiata Atene. Una tendenza che con il passare del tempo si accentuò sempre più e l’indipendenza del santuario venne mortificata dal dominio politico e militare delle varie potenze egemoniche: prima Febo si schierò al servizio di Atene, poi di Sparta, di Tebe e infine della Macedonia e quando ormai “la civiltà delle póleis” era al suo tramonto, sia Filippo II che suo figlio Alessandro, fecero dell’Oracolo uno strumento per la conquista della Grecia. Nonostante tutto in Grecia non si abbandonò mai l’amore e la devozione per i vaticini delle sacerdotesse di Delfi e almeno fino all’inizio del IV secolo folle di credenti ellenici continuarono ad imboccare le vie sacre (hierai odoi) diretti al santuario più famoso dell mondo antico. Da Atene, ad esempio prendendo la Via Pitica si giungeva fino alle mura del santuario e lo sguardo del viaggiatore non poteva non soffermarsi appena arrivato sulla Marmarìa, la cava di marmo nei cui pressi sorgeva anche il tempio di Athena Prònaia, che come dice il suo nome era posto “davanti al santuario”. Qui un fiume dalle acque gelida e diafane, la cosiddetta fonte Castalia, (che sgorga tutt’ora nella stretta gola che si apre tra le due pareti rocciose delle Fedriadi) dava il benvenuto ai pellegrini i quali, passando sotto un affascinante porticato, potevano imboccare la Via Sacra fino alla porta di Milziade, l’accesso principale all’intero complesso.

Resti del Santuario di Atena Pronaia.
Resti del Santuario di Atena Pronaia.

Da lì ci si inerpicava lungo un cammino in ascesa, costeggiato da ricche costruzione, colonne, migliaia di statue e tempietti votivi, chiamati Tesori, e donati dalle città di ogni angolo della Grecia allo scopo di raccogliere le offerte votive dei fedeli: si passava così di fronte al Tesoro dei Sifni, a quello di Atene e superando il Bouleterion (sede del Senato cittadino) e la Stoà (un grande colonnato fatto costruire da Pericle alla metà del V secolo in commemorazione della vittoria ateniese sui Persiani) si veniva accolti dalla Colonna di Naxos per poi proseguire nella salita fino all’altare di Chio. Realizzata in un suggestivo marmo nero, l’altare era situata davanti al tempio di Apollo ed era l’altare principale del santuario, costruita dagli abitanti dell’isola di Chio nel V secolo a.C.. Questa era eretta nei pressi del tripode di Platea (un’alta colonna costituita dalle spire di tre serpenti bronzei voluta dal condottiero Pausania come ringraziamento per la vittoria colta dai Greci a Platea nel 479 a.C.) e si apriva su una piazza nella quale trovavano posto un carro d’oro, (a sua volta collocato su un piedistallo) e l’enorme statua del Colosso, doni questi offerti al figlio di Zeus e Latona dalla città di Rodi. Il Colosso dava il benvenuto ai credenti prima del loro accesso al tempio principale dell’intero santuario, quello di Apollo che, oltre a custodire l’omphalos, l”ombelico del mondo” era il luogo in cui si trovava l’adyton, la camera nella quale la Pizia entrava in contatto con il dio.

Ricostruzione del Santuario sede dell'Oracolo di Delfi
Ricostruzione speculativa del Santuario dedicato ad Apollo a Delfi, sede dell’Oracolo.

DIVENTARE UNA PIZIA, LA CASTA SACERDOTESSA DI APOLLO

Ma cosa significava essere una Pizia dell’Oracolo di Delfi? Bisogna sapere che non tutte le donne potevano ascendere al ruolo di Pizia: queste infatti erano scelte all’interno di una casta di sacerdotesse del santuario che oltre ad essere originarie di Delfi dovevano avere alle spalle un trascorso personale di specchiata morigeratezza. Se ad esempio qualcuna di esse era sposata, nel momento in cui faceva il suo ingresso nel santuario doveva abbandonare la sua vita passata recidendo ogni legame coniugale ed affettivo, sia verso il marito che nei confronti di eventuali figli. La Pizia inoltre era sempre una donna molto istruita, almeno nei tempi più antichi: doveva infatti avere conoscenze di storia e letteratura, di filosofia e geografia e mostrare una buona attitudine nei confronti delle arti grafiche e musicali. Negli anni in cui Delfi si avviò ad un inesorabile declino le sacerdotesse fecero di “necessità virtù” e anche contadine semianalfabete furono scelte per ricoprire il ruolo di Pizia: questo, secondo gli storici, dimostrerebbe il perché inizialmente le profezie fossero pronunciate in versi (solitamente in pentametri o esametri) mentre in età più tarda ci si abbandonò alla più confortevole prosaicamente. Diventare una Pizia era inoltre molto ambito dalle donne di Delfi poiché garantiva una serie di privilegi: la Pizia infatti riceva uno stipendio importante, non doveva pagare le tasse e poteva possedere proprietà private oltre a partecipare ad eventi e feste pubbliche, tutti aspetti della vita che, alle donne greche dell’epoca, erano solitamente escluse. Solitamente poi, nei secoli in cui l’Oracolo di Delfi visse il suo periodo di massimo fulgore, le Pizie erano tre, delle quali due di queste si alternavano nella formulazione delle profezie, mentre la terza era di riserva.

Pizia dell'Oracolo di Delfi
La Pizia dell’Oracolo di Delfi alle prese con un vaticinio.

La consultazione dell’Oracolo si svolgeva sempre nel tempio di Apollo ed era preceduta da un rigido cerimoniale: il santuario innanzitutto elargiva i suoi responsi sono nei nove mesi più caldi dell’anno mentre nei tre mesi invernali si riteneva che Apollo abbandonasse Delfi per poi farvi ritorno grossomodo all’inizio della primavera, tra febbraio e marzo; i pellegrini non potevano accedere al recinto sacro appena giunti poiché considerati impuri e per questo erano tenuti a sottoporsi al katharmos, un rito di purificazione presso la fonte Castalìa al quale partecipavano sia la Pizia che i sacerdoti del Tempio che bevevano l’acqua del Kassotis, un’altra fonte sacra che scorreva nei pressi. Vi erano quindi anche degli uomini chiamati a volgere compiti diversi più o meno importanti. Questi erano divisi per classi classi: i preti (hierei), i profeti (proohetai) e gli Interpreti (hosioi); prima di scomodare il dio, il pellegrino doveva compiere un sacrificio rituale (prothysis). Compiuta la purificazione si passava al sacrificio rituale: solitamente erano immolati un bue o una capra e dopo che l’animale era stato ucciso le sue membra venivano bagnate con dell’acqua fredda e se queste iniziavano a tremare era buon segno perché stava a significare della buona disposizione del dio nei confronti del nuovo venuto; vi era poi un’ulteriore fase preliminare, prima di permettere al pellegrino di essere ammesso davanti all’Oracolo: un sacerdote lo sottoponeva a delle domande per capire le sue intenzioni e verificare se l’argomento generale della sua domanda fosse ben accetto.

LA CERIMONIA DELL’ORACOLO

Se si riusciva a superare l’esame del sacerdote a quel punto il candidato all’incontro con Apollo doveva pagare una tariffa e compiere una processione rituale lungo la Via Sacra. Infine, estratto a sorte il suo nome tra tutti coloro che erano in attesa per l’ingresso nel Tempio, il credente poteva avere accesso alla stanza della Pizia; era questo il momento più importante dell’intera cerimonia sacra poiché la risposta di Apollo dipendeva sempre dalla corretta formulazione della domanda. Non sappiamo a quel punto cosa succedesse con esattezza: la Pizia, dopo essere scesa nell’adyton, viveva una sorta di estasi profetica secondo alcuni provocata dall’ingestione di sostanze dalle proprietà stupefacenti, secondo altri prodotta dalle esalazioni tossiche che fuoriuscivano da delle fenditure nel terreno (si parla di etilene). A quel punto emetteva il suo vaticino. Il rito pare che la vedesse seduta su un tripode con in mano una foglia di alloro e un piatto con dell’acqua della fonte Kassotis nella quale scorgeva la risposta di Apollo; ottenuto il responso del dio (che solitamente era sempre molto ambiguo), i sacerdoti si cimentavano nella sua interpretazione e molti malignano su come proprio su questi ricadesse il peso reale del responso divino più che sulla sacerdotessa; infine, dopo l’interpretazione della profezia, la cerimonia si chiudeva con l’offerta al dio di regali, statue e tripodi che i pellegrini donavano per assicurarsi la benevolenza di Apollo e che i sacerdoti correvano prontamente a mettere sotto chiave insieme al resto del grande tesoro del Santuario.

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