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L’imperialismo dell’Atene di Pericle e la guerra con Sparta

Quando nel 431 a.C. Pericle convinse l’Assemblea cittadina a rifiutare l’intimazione spartana trascinando la città allo scontro con l’eterna rivale, Atene era al culmine della sua potenza. Cuore nevralgico di una talassocrazia che dall’Attica si estendeva fino all’altra sponda dell’Egeo, la città del Partenone era anche la più odiata realtà commerciale del mondo greco. Fu proprio l’aggressiva politica estera ateniese a creare le condizioni per la rottura degli accordi di pace del 446 a.C. che Atene e Sparta avevano sancito ponendo fine alle ostilità sorte intorno al 460: la Pace dei trent’anni (che alla fine durò solo tredici) prevedeva che ad Atene fosse riconosciuto il dominio sui mari e la legittimità della Lega delio-attica, mentre a Sparta il sostanziale dominio sul Peloponneso.

 LA “LEGA DI DELO” E LA DECISIONE DI PERICLE DI TRASFERIRE AD ATENE IL TESORO

Ad Atene però ben presto questo trattato andò stretto: Pericle ebbe chiaro fin dall’inizio che nell’area geopolitica del mondo greco due grandi potenze non potevano convivere a lungo e che dopo la fase di “guerra fredda”, tra le due potenze si sarebbe inevitabilmente giunti ad un conflitto risolutore. A tal proposito accentuò la politica imperialista ateniese e dopo aver trasferito in città il tesoro della Lega di Delo (che utilizzò per arricchirla di monumenti e varare la costruzione delle Lunghe Mura che collegavano l’area urbana con i porti del Pireo e del Falero), varò una politica estera sempre più aggressiva che portò Atene allo scontro con Corinto, la principale rivale commerciale nonché storica alleata di Sparta.

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La Grecia alla vigilia della Guerra del Peloponneso

In particolar modo, come racconta Tucidide, Atene si era intromessa nei rapporti tra Corcira, (l’attuale Corfù) ed Epidamno (l’attuale Durazzo), al fine di favorire in entrambe la nascita di governi democratici. Corinto però, considerava l’intera area come zona di sua competenza visto che Corcira era una sua antica colonia. Inoltre, per rendere il quadro ancora più complicato, Atene aveva intrapreso l’assedio di Potidea, altra colonia di Corinto della penisola calcidica e aveva impedito ai cittadini di Megara, polis posta strategicamente tra l’Attica e il Peloponneso, di commerciare con le città-stato della Lega di Delo, così da isolarla economicamente e farla cadere nella sua rete d’influenza. L’assedio, del quale peraltro le fonti antiche riportano anche la partecipazione dell’oplita Socrate che si contraddistinse per straordinario valore, si concluse con la vittoria ateniese. Fu però una vittoria amara perché Corinto, a quel punto, spinse Sparta al passo fatidico, quello cioè di porre un ultimatum ad Atene

IL FRENO SPARTANO ALL’IMPERIALISMO ATENIESE E I’INIZIO DELLA GUERRA 

Furono giorni febbrili quelli che visse l’assemblea ateniese all’indomani dell’aut-aut spartano. Tucidide, testimone di quelle vicende, descrive con estrema analiticità le frenetiche discussioni pubbliche assegnando un ruolo centrale alla figura di Pericle. Sparta infatti si fece strumentalmente sostenitrice delle rivendicazioni di quegli alleati intrappolati nella rete imperiale ateniese. Pericle di questo ne era consapevole e decise di accettare la sfida spartana. Riuscì a convincere l’assemblea popolare a trascinare la città in un conflitto che considerava inevitabile che però era certo di vincere: per far accettare la guerra alla città lesse il bilancio dello stato ai cittadini così da confortarli in merito alle ingenti disponibilità finanziarie della polis e poi progettò una strategia che avrebbe comportato sacrifici ma che, nel lungo periodo, avrebbe logorato gli spartani. Una volta sconfitti, Atene avrebbe posto le basi per una definitiva egemonia sul mondo greco. Convinta l’assemblea, l’ultimatum spartano venne respinto e la guerra ebbe inizio.

LA STRATEGIA DI PERICLE PER BATTERE SPARTA

Al momento di decidere la strategia con la quale affrontare Sparta e la Lega peloponnesiaca, Pericle presentò agli Ateniesi un programma particolarmente innovativo, basato sulla razionale valutazione delle risorse a disposizione della città: invece di accettare una battaglia terrestre nella quale sarebbe emersa la superiorità delle falangi spartane, consigliò di radunare tutti i cittadini, contadini compresi, all’interno delle Lunghe mura che collegavano la città con il porto del Pireo . Restò celebre il discorso fatto all’Assemblea in quei giorni di fitte discussioni nel quale ricordò ai presenti che i nemici avrebbero sì tagliato i boschi e incendiato i campi, ma gli alberi sarebbero ricresciuti e i campi sarebbero stati nuovamente coltivati, mentre se fossero stati i cittadini a morire per mano del nemico, non si sarebbe potuto riportarli in vita

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Le Lunghe mura di Atene e il passaggio che lega la città al Pireo

La strategia era quindi ben delineata: evitare lo scontro diretto, mantenendo la fanteria oplitica nella città e lasciare campo libero agli Spartani, di saccheggiare l’Attica mentre Atene avrebbe fatto valere la sua superiorità marittima. Era nelle navi, sosteneva Pericle, che risiedeva l’unica possibilità di rifornimento e di salvezza della città. Nella primavera del 431 a.C. scoppiò così la Guerra del Peloponneso che, nelle fasi iniziali, procedette secondo i piani prefigurati dallo stratego ateniese: come previsto Sparta infatti iniziò l’invasione dell’Attica e la devastazione dei campi dei contadini che nel frattempo avevano trovato riparo in città.

IL COSTO DELLA GUERRA, LA PESTE E LA CRISI DEL POTERE DI PERICLE

Il primo anno di guerra fu molto duro e nonostante Pericle continuasse ad utilizzare le sue doti oratorie per mantenere alto il morale dei suoi concittadini, veder violate le proprietà e distrutte le fattorie condizionò inevitabilmente il loro umore. Il malcontento iniziò a montare soprattutto quando Archidamo, il re spartano che comandava la spedizione, ordinò di non distruggere le proprietà terriere di Pericle così da indurre gli Ateniesi a credere che il loro stratego fosse sceso a patti segreti con il nemico. Inoltre le prime manovre belliche ateniesi non diedero i risultati sperati: gli attacchi portati per mare al Peloponneso e la conquista di Metone e dell’isola di Egina, danneggiarono poco il potere spartano e la vittoria su Megara e l’assedio di Potidea, seppur vincenti, risultarono più difficili del previsto.

Pochi mesi dopo Pericle fece nuovamente ricorso alla sua capacità oratoria elogiando la libertà e il valore dei suoi concittadini ma il malcontento nei confronti della sua politica era fortemente cresciuto: i contadini, affacciati dalle alte mura della città, scorgevano l’Attica in fiamme e non vi era alcun dubbio che l’anno seguente gli Spartani, che in quel momento stavano svernando a Corinto, sarebbero tornati per dare inizio a nuove devastazioni. Il partito di opposizione nei confronti della politica di Pericle acquistò potere e le sue strategie politiche e militari vennero messe in dubbio. Fu però un altro fattore che aprì un nuovo capitolo nella guerra e risultò decisivo per la rovina di Pericle: nel 430 infatti esplose in città una devastante epidemia di peste emorragica. Cominciò così la parabola discendente del figlio predestinato della politica ateniese.

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