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La prostituzione nel Medioevo: peccato della morale tollerato dall’autorità

La prostituzione nel corso della storia è stata un fenomeno che ha riguardato moltissime civiltà, assumendo caratteristiche particolari delle società in cui essa si veniva a creare: viene definita dai più come il “mestiere più antico del mondo”. È però importante sottolineare che, superando una visione superficiale ed effettuando un’analisi più approfondita, il fenomeno della prostituzione risulta essere una ricca fonte di informazioni sulle condizioni della donna nelle svariate epoche, ed in particolar modo nel Medioevo.

IL “MESTIERE PIÙ ANTICO DEL MONDO”

La condizione femminile durante il Medioevo era del tutto inferiore nei confronti dell’uomo. Non solo, in ambito religioso la donna era vista allo stesso tempo come strumento e causa del peccato. Il Medioevo vede quindi prosperare la prostituzione, la quale si caratterizzava in diversi modi: esercitata abitualmente nei luoghi appositi (bordelli o postriboli), occasionalmente e lontana da occhi indiscreti, per le strade, nelle locande, nelle taverne, nei bagni pubblici, nelle pensioni arrivando sino ai luoghi più in alto della scala sociale, presso dimore nobiliari e addirittura nelle corti reali. Generalmente la prostituzione rappresentava una forma di coercizione sulla donna da parte dell’uomo più vicino a lei: il padrone, il padre, il marito o un semplice protettore. Le cause che portavano le donne verso la prostituzione erano nella maggior parte dei casi la povertà e le problematiche all’interno della famiglia. Anche in questo caso la condizione subalterna dei confronti dell’uomo era decisiva: la mancata protezione di un famigliare, capofamiglia come padre o fratello, oppure l’assenza di una dote che aveva negato la possibilità di trovare marito, portavano la donna ad una situazione di totale fragilità e debolezza. Altre cause potevano essere il fatto di aver lasciato il marito, dopo infedeltà o incompatibilità, o casi ancor più gravi, dopo essere state violentate. Lo storico Jacques Rossiaud afferma come la violenza sessuale fosse tutt’altro che un evento raro, anzi: “È lecito affermare che la violenza di carattere sessuale era una dimensione normale e permanente nella vita urbana”.

A proposito delle mancanza di dote da parte di una donna durante il Medioevo, è significativo ricordare come venga rappresentato, nella vetrata della cattedrale francese di Bourges, il fenomeno della prostituzione, e come esso fosse un evento che colpiva sovente le famiglie più umili. Nella vetrata è rappresentato un episodio riguardante San Nicola di Bari nell’atto di salvare 3 ragazze dalla prostituzione, il cui padre non poteva garantire una dote. Nello specifico si vedono il padre di famiglia addormentato, e le ragazze, anch’esse addormentate, su un solo letto e destinate a rimanere sole, quasi certamente a divenire delle prostitute. San Nicola, da una finestra lascia del denaro all’interno per lasciare alle ragazze una dote. Egli compie il gesto di notte, di nascosto, per non fa sentire umiliato il padre e seguendo il motto evangelico “non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra”.

La prostituzione, unica possibilità di sopravvivenza per molte donne durante il Medioevo, esponeva queste a numerosi pericoli che ne mettevano a rischio l’incolumità, se non addirittura la stessa vita. In primo luogo esse erano sotto il continuo rischio di contrarre malattie veneree. Poeti e cantori facevano quindi per questo motivo le prostitute oggetto delle loro opere e burle. Ad esempio il re di Castiglia, Alfonso X, nel XIII secolo, descrive la sua ‘accompagnatrice’ (le donne che seguivano i soldati nei loro spostamenti militari o che erano ammesse a corte al pari di giullari e trovatori) facendo riferimento alla sua ‘chaga’ (‘ferita’), conseguenza degli innumerevoli rapporti sessuali avuti con un cavaliere musulmano. Ma la vera e propria sciagura per le donne costrette a prostituirsi era certamente l’avanzare dell’età: la perdita della giovinezza allontanava inesorabilmente la possibile clientela e con essa la possibilità di avere denaro per sopravvivere. Una volta rimaste senza clienti, queste donne avevano pochissime e disgraziate possibilità per provare a rimanere in vita: l’accattonaggio, la ruffianeria, la carità, il sostegno da parte di istituzioni ecclesiastiche o da parte di altre prostitute.

Bordello medievale
Scena rappresentante un bordello medievale.

MERETRICI, MAZZANI, POSTRIBOLI E BORDELLI

La maggior parte delle prostitute erano costrette a lavorare in un postribolo, e qui esse dipendevano da un ruffiano, uomo o donna, che aveva l’incarico di fornire clientela e stanza dove la donna svolgeva la sua attività. Molte opere descrivono lo stato di asservimento delle prostitute nei confronti di un altro individuo: ad esempio ne ‘La Celestina’, opera dello scrittore spagnolo Fernando de Rojas del XVI secolo, si notano i rapporti dipendente/padrone tra la donna dedita alla prostituzione e il suo ruffiano, la mezzana in questo caso, che sovente si nascondeva sotto un falso legame familiare, facendosi passare per madre, madrina o zia. La figura del mazzano veniva perseguita dalle autorità, le quali punivano questa attività con sanzioni pecuniarie, ma nei casi più gravi si arrivava persino all’esilio. Re Alfonso X, nella sua opera giuridica sul diritto penale, ‘VII Partida’, inveisce così su coloro che sfruttano l’attività delle prostitute: “I mascalzoni che proteggono le prostitute, che stanno pubblicamente nei postriboli prendendo la loro parte da ciò che esse guadagnano”. Certamente le condizioni più difficili erano destinate alle prostitute che erano costrette a stare nei bordelli autorizzati dalle autorità statali, e la cui situazione in termini economici era quasi sempre compromessa. Esse erano costrette a pagare l’affitto del locale e il cibo, oltre ovviamente alle tasse. Inoltre erano gravate dalle continue e non indifferenti spese per l’abbigliamento. Ciò portava molte volte all’indebitamento, come certificano le numerose cambiali che esse dovevano firmare agli usurai.

La prostituzione nel Medioevo
Le donne del Medioevo e alle prese con il “mestiere più antico del mondo”: la prostituzione.

I lupanari erano soggetti a stretta sorveglianza: motivo principale di questo comportamento era certamente il cercare di evitare la propagazione di malattie veneree, per cui ogni 8 giorni un medico vi si recava per un periodico controllo. In seguito i lupanari vennero spostati in zone determinate delle città, spesso fuori le mura, ma anche all’interno, in strade che poi venivano chiuse con mattoni e porte. A titolo di esempio ricordiamo il decreto promulgato, a Milano, da Gian Galeazzo Visconti nel 1387 contro le prostitute e i loro lenoni: il decreto obbligava le meretrici a stabilirsi in una zona specifica della città, quella corrispondente oggi a Piazza Beccaria, dietro il Duomo. Alle donne erano destinate tre case da abitare, ed erano obbligate a pagare tasse gravose e ad indossare indumenti identificativi. Le poche eccezioni di donne che dalla prostituzione riuscivano a trarre una condizione più che accettabile erano le cosiddette ‘donne innamorate’. Esse erano un gruppo vasto, non uniforme, e variegato di prostitute che esercitavano l’attività solo occasionalmente: è accertato infatti che molte di queste erano in grado di guadagnare notevoli somme di denaro. La poetessa tedesca Roswitha di Gandersheim nel X secolo afferma come l’attività di meretrice, era certamente peccaminosa ma anche molto redditizia, e che in alcuni momenti della vita poteva essere molto utile.

La loro attività avveniva di nascosto, in bagni pubblici ma anche nelle strade e nelle case dei lenoni, ragion per cui erano al riparo dal pagamento delle tasse. Il trovatore spagnolo del XIII secolo Pero D’Ambroa invita una costosa prostituta a vendere in parti il suo corpo, così da facilitare i pagamenti. Sempre Fernando de Rojas, nella ‘Celestina’, descrive le ricchezze di alcune di queste prostitute, in particolar modo quelle di Areùsa, che grazie ad esse salvò il suo amante dalla mano della giustizia.

L’ABBIGLIAMENTO IDENTIFICATIVO DELLE PROSTITUTE

Il colore era sicuramente l’elemento identificativo dell’abbigliamento delle prostitute durante il Medioevo. Le donne che praticavano l’attività erano costrette per legge ad indossare specifici indumenti con segni distintivi: veli di colore giallo, gonne gialle o rosso porpora, nastri da porre sul capo di colore rosso a cui si aggiungevano scialli corti. Ogni città inoltre aveva le sue specifiche peculiarità da questo punto di vista: a Milano si dovevano indossare mantelli neri, a Firenze guanti e campanelli sui cappelli. Era inoltre fatto divieto alle prostitute di indossare abbigliamento di lusso: si proibiva di portare tessuti in pelle, sete, stoffe di qualità, veli, tulle, mantelli e altri indumenti riservati esclusivamente a donne di alto rango, capi e scarpe di qualità, oltre che oro, argento e gioielli. Nel 1340 la città di Barcellona obbligò categoricamente alle prostitute di muoversi senza mantello: in caso di infrazione esse avrebbero pagato venti soldi e trascorso un giorno in prigione. La lotta alla prostituzione proseguì anche dopo il periodo medievale: alla fine del XVI secolo fu il cardinale Carlo Borromeo, a Milano, a vietare i postriboli e cercare di recuperare le prostitute dalla loro condizione togliendole dalla strada e dandole in affido alla protezione delle autorità ecclesiastiche.

Prostituzione nel Medioevo
Immagine medievale che mostra una scena di prostituzione.

In realtà, se da una parte il potere politico appoggiava quello religioso nello sradicamento della prostituzione, dall’altro era consapevole della sua utilità: la prostituzione evitava molte problematiche di governo ed era comunque una voce di entrata nelle casse dello Stato. Le tasse imposte alle prostitute avevano il duplice effetto di controllo dell’attività e di denari in entrata per regni e città. Anche la dotazione di terre per la costruzione di postriboli era una non secondaria fonte di guadagno da parte delle autorità. La prostituzione fu un fenomeno importantissimo del Medioevo per capirne molte dinamiche ed effetti. Essa mantenne nell’epoca una natura dalla doppia faccia in cui se la prima la vedeva regolamentata e tollerata da parte delle autorità per fini economici e di stabilità, la seconda la vedeva come attività condannata dalla morale e dalla religione, e le donne che la praticavano emarginate e discriminate.

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