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La peste ateniese e la morte di Pericle

La scelta di Pericle di far rintanare tutta la popolazione all’interno delle Lunghe mura, la possente struttura muraria lunga sei chilometri che collegava la città al porto, avrebbe reso Atene inespugnabile. Infatti la tecnologia bellica in dotazione agli eserciti del tempo non permetteva di abbattere le mura e l’eventuale conquista sarebbe dovuta passare per un lungo assedio che avrebbe poi portato la città alla resa per fame. Questo nel piano di Pericle non sarebbe accaduto: il porto ateniese, protetto dalle 300 navi della flotta cittadina, davano ad Atene la supremazia marittima e avrebbe permesso alla città di potersi approvvigionare regolarmente. Un vantaggio strategico rilevante questo che Atene vantava sulla Lega peloponnesiaca che, costituita da città dalle economie di terraferma, era capace di schierare grandi eserciti di terra quasi imbattibili, ma risultava inevitabilmente penalizzata sotto il profilo marittimo.

ATENE E LA PESTE EMORRAGICA

I piani di Pericle però non tennero conto di un fattore: la peste. La polis infatti non era progettata per contenere al suo interno tutta la popolazione dell’Attica e il sovraffollamento dei quartieri cittadini, rinfoltiti dalle persone provenienti dalle campagne, crearono le condizioni ideali per la proliferazione di malattie: la scarsità di cibo e delle forniture di acqua, l’aumento di insetti, pidocchi, topi e rifiuti fecero sì che nell’estate del 430 a.C. scoppiasse ad Atene una terribile epidemia di peste emorragica. Le conseguenze sociali furono terribili: scrive Tucidide che la vista dei roghi ardenti che si levavano in lontananza spinse gli Spartani a ritirare le loro truppe per la paura del contagio e nel giro di qualche mese circa un terzo degli ateniesi trovò la morte.

In quei giorni l’opposizione contro Pericle si fece fortissima: i cittadini lo accusavano di aver promosso una strategia arrogante e di aver portato la morte in città avendo concentrato tutta la popolazione delle campagne all’interno delle mura. Inoltre gli venne rimproverato il comportamento inopportuno della seconda moglie, l’etèra Aspasia e fu accusato di appropriazione indebita del denaro pubblico. Messo sotto processo alla fine gli venne comminata una multa di 15 talenti, una somma considerevole e fu destituito dal suo incarico di stratego. Dopo qualche mese però i suoi stessi concittadini, resisi conto dell’incapacità di coloro ai quali avevano affidato la conduzione della guerra, richiamarono Pericle riportandolo al comando delle forze armate.

LA MORTE DI PERICLE E IL DECLINO DI ATENE

L’epidemia però iniziò a fare vittime anche tra i suoi cari: falcidiò la sorella ed entrambi i figli legittimi, Paralo e Santippo, e Pericle il Giovane, il figlio illegittimo avuto da Aspasia. Poi, qualche mese dopo, la malattia colpì anche lui. Il morbo non lo prese con grande violenza ma si manifestò con febbri leggere ma intermittenti che lentamente lo debilitarono e lo portarono alla morte. Atene perdeva il suo figlio più grande, colui che ne aveva segnato l’epoca d’oro ma che aveva condotto la città in guerra.

La morte di Pericle segnò l’irrimediabile declino di Atene dal momento che, come riporta Tucidide, i suoi successori si mostreranno di gran lunga inferiori preferendo assecondare gli appetiti della plebe o improbabili sogni di grandezza dispendiosi e inconcludenti di cui la spedizione in Sicilia costituì l’esempio più noto. Con la morte di Pericle finì l’età d’oro di Atene e in generale tutto il mondo greco risentì del lungo periodo di devastazione provocato dalla Guerra del Peloponneso che segnò di fatto la fine dell’età aurea della civiltà ellenica.

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