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La conquista russa della Siberia e l’epopea dei cosacchi di Ermak Timofeevič

Nella sua prima fase la conquista russa della Siberia vide esploratori, mercanti e soldati spingersi per circa seimila chilometri attraverso le immensità dell’Asia, fra fiume possenti, gelide steppe e foreste impenetrabili. Dopo la conquista militare dei Khanati di Kasan e Astrachan (1556), l’espansionismo russo verso l’Ovest fu rallentato dalla guerra di Livonia così l’interesse dello Zar si rivolse verso l’Oriente transuraliano, in particolare alla regione dell’alto Ob dove regnava il Khan di Sibir. Già dal ‘500 la Siberia era un mosaico di etnie, organizzate prevalentemente in forma tribale. Nelle estreme terre settentrionali, tra le gelide nevi della tundra vi erano poi gruppi di Samojedi, Ciukci e Kamciadali nomadi che vivevano dell’allevamento delle renne. Tra i fitti boschi della taiga abitavano i Tungusi manciuri e gli Jukaghiri che trascorrevano la loro esistenza praticando la caccia e la pesca. Più a sud, attorno al lago Bajkal, si raccoglievano comunità di Burjati, di Teleuti e di Jakuti, i primi di lingua mongola, gli altri di ceppo turcomanno. Infine gli Sciori, anch’essi pastori nomadi e allevatori di bestiame. Gli unici agricoltori in questa vastissima regione della Terra erano i Tatari concentrati al limitare della steppa e gli Ostjaki (Voguli) di lingua ugra. Poche erano quindi le strutture politiche che organizzavano in forme sofisticate le diverse etniche e il Khanato della Siberia occidentale, sorto grossomodo intorno al 1438 per opera delle tribù turcomanne kirghise, era di fatto l’unica entità statuale che in quelle remote terre battute dai freddi venti polari, avesse una certa rilevanza. Questo era grossomodo il quadro che le prime spedizioni russe trovarono al loro arrivo in Siberia.

GLI STROGANOV E LA CONQUISTA DEL “FAR EST”

Paragonabile sotto molti aspetti alla Conquista del West da parte dei coloni americani, l’impresa si snodò per oltre un secolo ed ebbe il suo ideale principio quando nel 1558 la potente famiglia boiarda degli Stroganov, ricchi mercanti stabilitasi nell’Ural, ottenne dallo zar Ivan IV di Russia, meglio noto come Ivanil Terribile, l’autorizzazione alla colonizzazione di tutto l’area comprendente l’ampio bacino del fiume Kama allo scopo poi di ampliare la zona di influenza russa anche ai territori compresi tra i fiumi Tura e Tobol, al tempo dominio dei Khan di Siberia. Fu un progetto immenso che si concluse solo quando i conquistatori raggiunsero le coste del Pacifico. Secondo quanto scrive lo storico Nikolaj Karamzin in “Storia dello Stato russo”, tra gli uomini arruolati per la grande avventura orientale, gli Stroganov compresero anche una compatta tribù di Cosacchi Tanaiti. Stanziati nei territori del basso corso dei fiumi Don e Dnepr, un’area posta inizialmente sotto sovranità crimeana, con il termine Cosacco nel XV secolo si individuavano gruppi di popolazione principalmente di origine slava che, dediti al saccheggio delle carovane di passaggio, erano liberi dagli obblighi feudali e in qualità di mercenari offrivano i loro servigi a chi li pagava meglio. Alle spalle avevano una lunga storia di partecipazione gloriosa nelle guerre contro Kazan’ e come ricompensa per i loro servigi lo zar nel 1570 garantì loro lo “sfruttamento” dei possedimenti russi lungo il Don in cambio del pattugliamento permanente della lunga e turbolenta frontiera dell’Europa sud-orientale, sempre pronta a rigurgitare popoli.

Guerriero a cavallo delle steppe siberiane.
Guerriero a cavallo delle steppe siberiane.

Gli Stroganov possedevano enormi terreni e saline a Sol’vyčegodsk, nel lontano nordest e pur di allontanare l’indesiderata presenza dei cosacchi che si erano installati nella città di Perm‘, all’interno delle loro proprietà, offrirono loro cibo e rifornimenti in cambio dell’appoggio nella conquista siberiana. Secondo la versione ufficiale quindi la guerra contro i popoli centro-asiatici prese il via nel 1580 quando l’ataman cosacco (comandante) Ermak Timofeevič, alla testa di 1636 uomini tra cui 540 cosacchi, attraversò gli Urali e discendendo lungo il corso dei fiumi Tagil e Tobol invase il territorio dei Mansi, popolo vassallo del Khan di Sibir: forti del sostegno di 300 fanti schiavi lituani e tedeschi i Cosacchi misero a ferro e fuoco la regione dello Jugra e per tre anni razziarono il khanato sottomettendo le principali città. Si spinsero così in profondità che la loro opera di conquista giunse fino alle soglie dell’antica capitale Çinki-Tura. A quel punto, sorpresi dalla cattiva stagione, decisero di svernare al riparo delle sue mura. Nel frattempo Küçüm, il Khan di Sibir, non era rimasto inerme ma aveva dato inizio alle operazioni di difesa: radunate le sue forze e organizzato il suo esercito, dopo una serie di assalti portati avanti più per necessità che per convinzione allo scopo di frenare l’avanzata russa, nell’estate del 1582 scelse di arrivare allo scontro in campo aperto. Nei pressi del villaggio di Baba Hasan si combatté così per tre giorni una violenta battaglia e al termine di una terribile carneficina l’esercito del Khanato, sebbene in netta superiorità numerica, cedette al cospetto degli uomini di Ermak, meglio inquadrati ed equipaggiati. Solo dopo quel primo ma sostanziale successo i cosacchi diedero inizio ad una sempre più serrata campagna militare con l’obiettivo dichiarato di espugnare Qashiliq (nota anche con il nome di Isker), la capitale siberiana. Così, mentre le desolante lande asiatiche sfilavano sotto gli zoccoli dei cavalli cosacchi, Küçüm tentò ancora due volte di tagliare la strada agli invasori ma le sue iniziative di disturbo non ebbero il successo sperato: a bordo di piccole barche nel maggio del 1582 le truppe dello zar ridiscesero il corso dei fiumi asiatici fino a quando giunsero non arrivarono lungo le rive dell’Irtyš. A quel punto la sorpresa fu tremenda: di fronte si ritrovarono l’esercito siberiano rimesso in piedi dai rinforzi inviati da sei principi tatari alleati, pronti a sfidare nuovamente gli invasori. Il Khan aveva dato fondo a tutte le sue risorse: una corposa orda di Tatari siberiani, Mansi e Ostiachi si raccolse sul monte Čuvaš in attesa dell’arrivo dei Russi. I Siberiano, consci della superiorità tecnologica dell’avversario, scelsero di non rintanarsi nella città vicina ma di affrontare l’esercito russo al di fuori delle mura poiché queste erano così malandate che non avrebbero retto a lungo ad un bombardamento nemico.

Ritratto di Ermak Timofeevič.
Ritratto di Ermak Timofeevič.

ERMAK TIMOFEEVIC E L’INARRESTABILE MANIPOLO COSACCO

Il luogo ideale per lo scontro venne individuato in un’ansa boscosa del fiume Irtyš, poco distante dalla città e da dove, il 1° ottobre del 1582, piombarono sul nemico in marcia. Il primo attacco venne tuttavia respinto senza grandi perdite tra i tatari che trovarono riparo tra gli alberi dei boschi vicini nonostante questi disponessero solo di archi e frecce in risposta ai colpi di fucile russo. Poi, agli ordini di Muhammed, il fratello del khan, i siberiani tentarono il contrattacco ma Ermak ordinò ai suoi di disporsi in formazione quadrata con i fucilieri al centro, pronti a fare fuoco ad ogni tentativo di avanzamento avversario. Diversi siberiani, soprattutto tra le tribù di Ostiachi e dei Mansi persero la vita in quell’ardita seconda carica e coloro che sopravvissero alla raffica nemica non ebbero altra via di scampo che fuggire dal campo di battaglia: l’assoluta assenza di coordinamento con quel che rimaneva dell’esercito del Khanato rese vana la collaborazione tra i reparti e travolti dal tambureggiante assalto delle forze russe, i siberiani vennero letteralmente spazzati via. I Tatari con grande sforzo proseguirono da soli l’offensiva ma la scontro aveva ormai preso un’indirizzo chiaro: lo stesso Muhammed in quell’occasione venne ferito dai fucilieri nemici e sfuggì per poco alla cattura. I siberiani infatti sebbene disponessero di due pezzi di artiglieria, pagarono il forte divario tecnologico e l’inesperienza nell’uso di quei pochi cannoni che si erano portati dietro al prezzo di ingenti sforzi e dopo il ferimento del loro comandante, i pochi sopravvissuti si dispersero. Küçüm, venuto a conoscenza della disfatta, abbandonò nottetempo la città dileguandosi con il suo seguito nelle steppe della Siberia: il giorno dopo i Cosacchi entrarono a Isker senza incontrare resistenza e i capi tribù che non erano fuggiti fecero voto di sottomissione a Ermak, offrendo al nuovo “khan” il pagamento dei loro tributi.

Ermak-Timofeevič alla guida dei suoi cosacchi.
Ermak-Timofeevič alla guida dei suoi cosacchi.

Questa storia però era ben lontana dalla sua conclusione: conscio infatti dell’impossibilità di controllare i territori appena conquistati a causa dell’esiguità delle sue truppe, Ermak scrisse allo zar richiedendo l’immediato invio di nuovi uomini e la possibilità di governare la regione a suo nome. Ivan acconsentì e ordinò che tutte le campane di Mosca suonassero a festa: in realtà però il Khanato di Sibir era tutt’altro che domato. Le tribù tartare rimaste fedeli al deposto sovrano si raccolsero attorno al fratello Muhammed il quale, appresa la lezione e rifiutandosi di affrontare i russi in campo aperto, mise in piedi una capillare azione di guerriglia nelle città cadute sotto il controllo delle truppe di occupazione. Il piano di guerra siberiano risultò particolarmente efficace ma si inceppò nel momento in cui Muhammed venne tradito da un soldato tataro che svelò ad Ermak il suo nascondiglio favorendone la cattura. L’evento tagliò le gambe alla resistenza, costretta a fare i conti con nuove e sempre più violenti liti intestine tra le tribù tatare, e l’arrivo dei rinforzi russi nel novembre del 1583 consolidò la posizione del contingente di occupazione che mantenne la presa sulla regione fino al violento attacco portato alla città di Isker dalle truppe del nuovo Khan Bekbulat che era riuscito a ricompattare attorno al suo nome le ultime forze siberiane. L’ultimo orgoglioso assalto dei figli della Siberia fu così forte che i Russi vacillarono pericolosamente, e già indeboliti dalla carestia e dalle epidemie che la guerra aveva provocato sopravvissero al di là delle mura cittadine solo al prezzo di enormi sacrifici che gli permisero di tenere Isker e di respingere l’assalto di Bekbulat.

Sottomissione dei nativi siberiani ai cosacchi.
Sottomissione dei nativi siberiani ai cosacchi.

Ermak non lo sapeva ma il suo ruolo in questa storia si avviava alla conclusione: nell’agosto di quello stesso anno infatti nel corso di una sortita nelle steppe circostanti alla capitale venne sorpreso e ucciso nel sonno dai partigiani di Küçüm che non avevano dimenticato i rovesci del passato. Ancora oggi si discute a proposito delle ultime ore di Ermak: le fonti russe sostengono che fu ferito e tentò di scappare nuotando attraverso il fiume Vagaj (un affluente dell’Irtyš), e che tradito dal peso della sua armatura affogò, ingoiato dalle gelide acque siberiane; le fonti tatare invece ritengono che la versione raccontata dai Russi sia stata accuratamente addomesticata per salvaguardare l’onore cosacco e che invece Ermak fu massacrato selvaggiamente insieme ai suoi soldati dalle tribù locali. Comunque sia andata, dopo la morte del loro leader, il resto delle truppe di Ermak si riunì sotto il comando di Meščerjak e ritiratisi da Iskert, abbandonarono la città dopo averla data alle fiamme. Il 15 agosto del 1584 i Russi decisero di abbandonare il khanato ma non rinunciarono affatto alla conquista della Siberia. La capitale venne prontamente rioccupata dalle truppe di Bekbulat ma poco dopo lo Zar inviò un nuovo e più nutrito contingente per schiacciare definitivamente la resistenza tatara. Per farlo stavolta mise a punto una nuova tattica: giunti fino alle rive del fiume Tura i Russi diedero vita alla città di Tjumen che da quel momento avrebbe ricoperto il ruolo di testa di ponte dell’Impero, una spina nel cuore del territorio nemico. Con questa scelta i Russi ebbero tempo e modo di rafforzare i propri possedimenti e nel giro di qualche anno piegarono la guerriglia tatara organizzata dall’ormai sempre più anziano Khan Küçüm che alla lunga fu costretto ad arrendersi: nell’agosto del 1598 si consumò l’ultimo atto di questa grande epopea di conquista, nella battaglia di Urmin, vicino al fiume Ob‘. Nello scontro venne catturata la famiglia del khan che fu spedita a Mosca come ostaggio: da allora i siberiani non si sarebbero più spostati dalla capitale dell’Impero ed assumendo il nome di Sibirskij la loro schiatta si sarebbe perpetuata fino al XIX secolo. Küçüm invece si rifugiò nei territori dell’orda Nogai nella Siberia meridionale: non era adatto ai palazzi e alla vita cittadina. Secondo recenti studi pare che rimase in contatto con lo zar al quale richiese il dominio di una piccola regione lungo il fiume Irtyš. Appreso del rifiuto da parte del sovrano russo l’ex khan si diresse allora a Bukhara dove morì intorno al 1605, anziano e cieco, lontano dai parenti e con nel cuore la triste consapevolezza che, con la sua dipartita, la storia del khanato di Sibir volgeva al termine. Ne aveva inizio un’altra però: quella della Russia siberiana.

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