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Il banchetto rinascimentale e le regole del galateo a tavola

Roma, 13 settembre 1513. Sulla piazza del Campidoglio si svolge, davanti agli occhi dei curiosi e dei passanti, un sontuoso banchetto organizzato da papa Leone X, Giovanni di Lorenzo de’ Medici, per il fratello Giuliano de’ Medici, duca di Nemours, appena nominato patrizio romano nell’ambito dell’alleanza tra Roma e Firenze. Prima che comincino a sfilare i piatti di portata con le pietanze, gli invitati hanno a disposizione dell’acqua per sciacquarsi le mani e, per il pasto, un elegante tovagliolo, un coltello, un cucchiaio e una forchetta per uso personale. Vapori di essenze aromatiche coprono qualsiasi odore possa risultare sgradito ai commensali. Osservando il tipo di cucina o anche la fusione di gastronomia e scenografia, quest’ambientazione romana potrebbe sembrare un festino medievale. Se però si guarda con maggiore attenzione, le differenze tra questo banchetto rinascimentale e un analogo festeggiamento in età medievale sono notevoli. In particolare, ciò che più di tutto richiama l’attenzione è la scomparsa di un’usanza assai consolidata sulla tavola medievale: quella di condividere tutto, dal cucchiaio fino ai piatti.

IL BANCHETTO NEL MEDIOEVO

Durante il Medioevo infatti non c’erano le sale da pranzo che oggi conosciamo. Le tavole consistevano in semplici assi sistemate su cavalletti (motivo per cui si dice “mettere la tavola”) e coperte da un’enorme tovaglia, che i commensali utilizzavano anche per pulirsi le dita. Sopra di essa, non c’erano piatti né bicchieri di uso personale: coltelli e cucchiai erano in comune e la minestra si beveva direttamente dalla scodella. Con la punta del coltello, gli invitati prendevano la loro porzione di cibo dal piatto di portata comune, e depositavano il boccone su una tavoletta o su una spessa fetta di pane, in genere condivisa da due persone. Da tale usanza deriva il termine “compagno” (dal latino cum panis), colui “che mangia lo stesso pane”. Al termine del banchetto, il pane avanzato, impregnato di sughi, veniva distribuito ai poveri, oppure lasciato ai cani. Esistevano comunque delle norme che regolavano il banchetto medievale, apparentemente così disordinato, ed è quanto testimoniano i manuali di comportamento dell’epoca, che criticano la mancanza di educazione nei confronti delle persone con cui si celebrava il pasto. Nel 1384, il teologo catalano Francesc Eiximenis, nell’opera “Lo Crestià”, esortava i commensali a seguire alcune regole basilari: “Se hai sputato o ti sei soffiato il naso, non pulirti mai le mani sulla tovaglia”, e di seguito precisava: “Nel caso tu abbia necessità di sputare durante il pranzo, fallo dietro le spalle e in nessun caso rivolto alla tavola o a qualcuno dei tuoi commensali”. Anche un altro testo tedesco coevo avvertiva che soffiarsi il naso con la tovaglia fosse un’azione “da villano”, e che frugarsi nella stessa appendice mentre si mangia “non sia cosa decente”.

ERASMO DA ROTTERDAM E “L’EDUCAZIONE CIVILE DEI BAMBINI”

Durante il XV secolo sorse un nuovo concetto del mangiare e di tutto il rituale concernente l’atto di condivisione del pasto. Fu l’umanista Erasmo da Rotterdam a dar forma a questa nuova idea, nel trattato “De civilitate morum puerilium” (L’educazione civile dei bambini), testo fondamentale di educazione civica, nel quale tra l’altro venivano dettate le basi del comportamento a tavola. Pubblicato per la prima volta nel 1530, questo breve manuale ebbe più di trenta edizioni in poco tempo. Tra le altre cose vi si legge: “Alcuni, non appena si siedono, si gettano sulle pietanze; ma questo è il modo di mangiare dei lupi affamati”. Inoltre Erasmo ricorda come utilizzare correttamente le posate: “Immergere le dita nelle vivande è proprio dei popolani; con il coltello o con una forchetta si prenda la quantità desiderata, ma non si impieghi troppo tempo nella scelta”.

Scena di un banchetto rinascimentale.
Scena di un banchetto rinascimentale.

Il manuale andava anche al di là delle buone maniere a tavola. Aggiungeva, per esempio, che la conversazione piacevole fosse parte integrante del menù. Erasmo consiglia infatti che, mentre ci si sciacqua le mani prima di mangiare, occorre scacciare “tutto ciò che suscita pena nel nostro animo, poiché nel banchetto non è bene essere tristi, né tantomeno rattristare alcuno”. Nel suo pamphlet sull’educazione, Erasmo aggiungeva che, adottando maniere civili, ci si può distinguere dalle bestie o dalla gente grossolana, e tale possibilità è, in linea di principio, alla portata di tutti, come l’umanista olandese sottolineava nella conclusione: se “per coloro che ebbero la fortuna di avere nobili natali, è disonorevole non mostrare il proprio lignaggio nelle proprie maniere”, è anche certo che “nessuno può scegliersi i genitori o la patria; ma ciascuno può migliorare il suo carattere e i propri costumi”.

LE “BUONE MANIERE” RINASCIMENTALI E L’USO DELLA FORCHETTA

Alla ricerca di raffinatezza nelle maniere e nell’atteggiamento tra commensali, si aggiunge, come ha osservato lo storico Jean-Luis Flandrin, l’affermarsi di un’idea di pulizia che coincide con il progresso dell’individualismo rinascimentale, in contrasto con la promiscuità medievale. Fu in quest’epoca infatti che s’impose l’uso di piatti, bicchieri, e posate individuali. La tovaglia era già in uso nel Medioevo nelle classi più agiate: spesso se ne sovrapponevano alcune di diverse tinte in modo che si intonassero di volta in volta al colore delle pietanze servite. La considerazione della tovaglia come elemento distintivo e di prestigio è testimoniata dal fatto che all’epoca per radiare i cavalieri macchiatisi di qualche infamia li si faceva sedere a una tavola apparecchiata e davanti al loro posto veniva tolta la tovaglia precedentemente tagliata a destra e a sinistra. Solo nel ‘500 entrarono in uso i tovaglioli individuali, per proteggere le tovaglie e gli abiti di cavalieri e dame. In un primo tempo, il loro impiego si limitava alle grandi occasioni, nelle quali occorreva dimostrare di saperli usare correttamente, ovvero tenendoli appoggiati sulla spalla sinistra, secondo le regole dell’etichetta dell’epoca.

Spesso le corti italiani erano luogo di passaggi per artisti, intellettuali e letterati affinché allietassero le ore e i salotti dei loro mecenati. Accadde così che alcuni cortigiano decisero di mettere a frutto la loro esperienza nell’alta società e diedero vita a delle opere simili ai moderni manuali ed incentrate sul tema delle “buone maniere”: tra gli intellettuali di corte più famosi è d’obbligo menzionare Baldassarre Castiglione (1478-1529) e Monsignor Giovanni Della Casa (1503-1556) autori rispettivamente de Il libro del Cortegiano (1528) e de Il Galateo (1558, postumo) opere che ottennero sin da subito un grande successo, e diffusesi in tutta Europa influenzarono profondamente lo stile di vita delle corti straniere. Della Casa ad esempio riporta di come i cortigiani fossero soliti avventarsi barbaramente sul cibo sporcando e lasciando colare il grasso dappertutto. Ad ogni modo in quegli anni insieme a quello del tovagliolo si estese l’uso di uno strumento che sarebbe stato guardato a lungo con grande diffidenza: la forchetta. E ciò, nonostante il fatto che essa fosse arrivata in Europa già da secoli, attraverso la principessa bizantina Teodora, sorella dell’Imperatore d’Oriente Michele VII, giunta a Venezia nel 1071 per sposarsi con il doge veneziano Domenico Silvo. Nel suo bagaglio teneva una forchettina bidente, che usava per portarsi il cibo alla bocca. I costumi di Teodora, troppo mondani e cosmopoliti, scandalizzarono i Veneziani, tanto che il predicatore e teologo san Pier Damiani giudicò la forchetta un lusso da debosciati definendola “instrumentum diaboli”. In Italia, comunque, l’uso della forchetta si consolidò nel Rinascimento e raggiunse la Francia nel 1533 grazie a Caterina de’ Medici, moglie di Enrico II, ricevendo ancora una volta l’accoglienza riservata a uno strumento stravagante. Alcuni decenni più tardi, il figlio Enrico III, cui venivano attribuite tendenze omosessuali, fu oggetto di continuo scherno per l’uso della forchetta, che divenne pertanto un segno distintivo di affettazione. Ancora più tardi, nel 1605, Thomas Artus, signore di Embry, scriveva una satira sulle usanze della Corte francese: nel suo pamphlet “L’Isle des Hermaphrodites”:

Sulla tavola, non toccano mai la carne con le dita, ma con forchette che avvicinano alla bocca allungando il collo. Il vero spettacolo comincia però quando i commensali tentano di afferrare i ceci o i piselli; a quel punto, i più maldestri finiscono con il lasciare più cibo sul piatto, o sulla tavola, che nella bocca”.

L’impiego dell’antipatica forchetta non sarebbe stato accettato universalmente ancora per molto tempo. Nel 1611, il viaggiatore e romanziere inglese Thomas Coryat, che portò nel suo Paese questo utensile da lui conosciuto in Italia, si lamentava dicendo “i miei amici si burlano di me e mi chiamano Furcifero”. La forchetta attuale a quattro rebbi fu inventata invece dal ciambellano del re Ferdinando IV di Napoli in occasione del suo matrimonio con Maria Carolina d’Austria, figlia di Maria Teresa, nel 1768. Al matrimonio, nel quale furono serviti spaghetti (che il sovrano si ostinava a mangiare con le mani), furono introdotte anche le forchette a quattro rebbi per agevolare la presa dei “fili di pasta” bollenti e scivolosi.

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