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Felice Orsini, l’uomo delle bombe

Era il 14 gennaio del 1858 e in un tardo pomeriggio come tanti un netturbino, tale monsieur Kim, iniziò a spargere di sabbia la strada d’accesso al Teatro dell’Opera di Parigi. Gli era rimasto solo un ultimo tratto prima di finire il suo turno ma davanti all’ingresso, da diverso tempo, stazionavano tre uomini che gli impedivano di portare a termine il suo lavoro. Dopo aver chiesto loro di spostarsi, si accorse che questi raggiunsero improvvisamente un’altra persona appostata sul marciapiede di rue Le Petier. I quattro, confabularono qualcosa per qualche tempo dando come l’impressione che stessero aspettando qualcuno. Le strade avevano già iniziato a riempiersi e d’altronde non c’era nulla di strano visto che i giornali avevano annunciato che quella sera all’Opera, vestita a festa per la rappresentazione del Guglielmo Tell di Gioachino Rossini, sarebbero stati presenti anche Napoleone III e la moglie Eugenia de Montijo.

Poi, d’improvviso, giunse il corteo: in testa la carrozza degli ufficiali, seguita dalla scorta dei lancieri che precedeva e seguiva la vettura con a bordo l’imperatore, sua moglie e il generale Roquert, che scorreva subito dietro. La folla in un vociare che si fece sempre più assordante si accalcò intorno alle carrozze nel tentativo di avvicinarsi sempre più ma proprio quando il corteo stava per compiere gli ultimi metri della sua corsa, tre forti boati scossero l’aria. Fu un bagno di sangue: vetri infranti, schegge di legno e pezzi di metallo ovunque, un cavallo cadde al suolo con la testa mozzata, un altro ferito e completamente confuso stramazzò a terra insieme a 12 morti e 156 feriti. L’Imperatore e la consorte rimasero miracolosamente illesi: Napoleone, protetto dalla carrozza blindata si accorse che nel suo copricapo si era infilata una scheggia di ghisa e se non si fosse piegato per sentire quel che il generale Roquert gli stava dicendo in quel momento quel piccolo frammento di metallo gli si sarebbe conficcato in testa; l’imperatrice Eugenia, incinta, venne invece scaraventata sul marciapiede dove, ricoperta dal sangue delle vittime, riportò solo qualche leggera escoriazione.

Felice Orsini in un disegno
Ritratto di Felice Orsini, l’attentatore di Napoleone III.

Gli attentatori, avevano infatti lanciato contro il corteo delle bombe confezionate a mano con innesco a fulminato di mercurio, riempite di chiodi e pezzi di ferro che sebbene abbastanza rudimentali avevano una capacità distruttiva particolarmente efficace tanto che sarebbero diventate tra le armi più utilizzate negli attentati anarchici col nome di “Bombe all’Orsini“. Fallito l’attacco e favoriti dal buio, i congiurati riuscirono a fuggire, ma traditi da un loro compagno, vennero arrestati dalla polizia solo poche ore dopo. A provocare la strage erano stati quattro italiani: Antonio Gomez, Carlo Di Rudio, Giovanni Andrea Pieri e Felice Orsini vero e proprio cervello dell’intera azione criminale. Ma chi era Felice Orsini, il primo attentatore di massa della Storia?

IL PROFILO DI UN AMBIGUO ATTENTATORE

Avvocato, artista, cospiratore, patriota, terrorista: su Felice Orsini le attribuzioni si sprecano. Nato a Meldola nel 1819, una piccola cittadina dell’Appennino forlivese, allora parte dello Stato pontificio, condusse una vita costellata di congiure, arresti e fughe rocambolesche. Considerato tra i personaggi più ambigui del nostro Risorgimento, fu durante gli studi di legge a Bologna che si iscrisse alla Giovine Italia di Mazzini e dopo essersi laureato ed aver intrapreso la professione di avvocato partecipò ai moti di Romagna del 1843 con l’obiettivo di ottenere l’indipendenza dalla dominazione papale. Fondata la nuova società segreta “Congiura Italiana dei Figli della Morte“, venne condannato all’ergastolo ma nel luglio del 1846 uscì dal carcere per l’amnistia concessa da Pio IX al momento della sua elezione al soglio di Pietro. Tornato libero si arruolò volontario nel corpo dei Cacciatori dell’Alto Reno andando a combattere gli austriaci nella Prima guerra d’indipendenza agli ordini di Garibaldi. Con la fuga del papa a Gaeta, ospite dei Barbone e con la nascita della Repubblica Romana di Mazzini, Armellini e Saffi, eletto nel collegio della provincia di Forlì, divenne deputato dell’Assemblea Costituente. L’esperienza però ebbe vita breve e con l’intervento di Napoleone III, che rimise il Papa al suo posto, Orsini si vide costretto all’esilio. Fece tappa a Firenze, Genova e Nizza dove si dedicò alla vendita della canapa e mise su famiglia.

La vita del buon commerciante però gli stava stretta e visti i contatti che aveva mantenuto con Mazzini guidò due nuovi tentativi rivoluzionari in Lunigiana e in Valtellina, entrambi falliti. Ricercato dalla polizia austriaca, venne arrestato in Ungheria e condotto in carcere presso il castello di San Giorgio a Mantova, al tempo ritenuto inespugnabile. Protagonista di una fuga rocambolesca, nella notte tra il 29 e il 30 marzo 1856, grazie all’aiuto della facoltosa esule berlinese Emma Siegmund (conosciuta a Nizza) che si adoperò per corrompere le guardie carceriere, si rifugiò a Londra dove si trovava anche Mazzini. Qui, nella capitale inglese, centro di rifugiati politici e dalla lunga tradizione liberale e antipapale, diede alle stampe le sue memorie politiche che divennero un grande successo letterario, testo di “culto” nei salotti del tempo. Fu proprio a Londra che Orsini conobbe il chimico francese Simon Bernard, anch’esso esule antibonapartista rifugiatosi in Inghilterra per cospirazione e che lo spinse all’idea dell’attentato: non solo la politica mazziniana era destinata al fallimento ma secondo Bernard, l’unico modo per sbarazzarsi di Napoleone III e della protezione che la Francia garantiva allo Stato pontificio era attentare alla sua persona. Solo a quel punto infatti, tolto di mezzo il cane francese a guardia del pontefice, le regioni come la Romagna, schiacciate sotto il suo tacco, sarebbero insorte trascinando verso l’indipendenza l’Italia intera.

LA QUESTIONE PATRIOTTICA E L’APPELLO A NAPOLEONE III

Il progetto però si rivelò completamente illusorio. Fermati dalla polizia gli attentatori vennero processati. Durante le udienze del 25 e 26 febbraio il processo divenne un vero e proprio caso politico internazionale: celebre fu la prova oratoria offerta dal noto avvocato Jules Favre che su richiesta del suo assistito riuscì a spostare l’attenzione dall’attentato alla questione italiana mostrando agli occhi dell’opinione pubblica, un Orsini fiero patriota in lotta per il suo Paese incatenato dalla tirannia di un sovrano straniero. Sebbene Napoleone e la famiglia reale fossero contrari alla pena di morte, sulla spinta della volontà popolare, che volle impartire una punizione pubblica per quell’italiano che aveva tentato di uccidere un sovrano molto amato, Orsini e Pieri vennero ugualmente condannati a morte in quanto colpevoli per aver attentato alla vita dell’Imperatore: agli altri due congiurati fu comminato l’ergastolo da scontare nell’infernale prigione tropicale della Caienna. Di Rudio riuscì infatti ad evitare la pena capitale in quanto di famiglia nobile e molto influente, mentre a Gomez fu risparmiata la vita poiché tradì i compagni al momento del suo arresto e collaborando con gli inquirenti fornì la confessione che permise la loro cattura.

Dal carcere, nei giorni prima della sua esecuzione, Orsini scrisse una lunga lettera a Napoleone III:

“Sire – si legge nel testo – le deposizioni che ho fatto contro me stesso nel processo politico per l’attentato del 14 gennaio sono sufficienti per mandarmi alla morte ed io la subirò senza domandarvene grazia tanto perché non mi umilierò giammai dinnanzi a chi uccise la libertà nascente della mia infelice Patria, quanto perché sino a che questa è nella servitù, la morte è per me un bene. […] Sino a che l’Italia non sarà indipendente, la tranquillità dell’Europa e quella Vostra non saranno che una chimera. Vostra Maestà non respinga il voto supremo d’un patriota sulla via del patibolo: liberi la mia patria e le benedizioni di 25 milioni di cittadini la seguiranno dovunque e per sempre”.

Quando giunse il momento, alle sette del mattino del 13 marzo 1858 nella piazza della Roquette, Orsini si avvicinò al patibolo e prima di offrire il capo al boia, gridò a squarciagola “Viva l’Italia! Viva la Francia”. In Italia, divenne subito un martire. Il suo corpo finì in una fossa comune. Di Rudio evase dalla Caienna nel 1859, emigrò negli Stati Uniti e arruolatosi nell’esercito raggiunse il grado di tenente. Di Gomez invece si persero le tracce dopo che ricevette la grazia nel 1887.

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