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Christine de Pizan, intellettuale medievale e prima scrittrice di professione

Parigi, primi decenni del XV secolo. L’intera Francia è sconvolta dalla Guerra dei Cent’anni contro l’Inghilterra e dalla lotta interna tra Borgognoni e Armagnacchi per il controllo del regno. Il re Carlo VI (1380 – 1422), detto “il folle” perché mentalmente malato, non sa fermare la deriva di violenza. In questa situazione confusa vive Christine de Pizan, donna indipendente e colta, autrice di libri richiesti dai più importanti signori, re compreso, e coraggiosa sostenitrice della parità intellettuale e morale dei sessi in un’epoca non certo famosa per la sua tolleranza.

DALLA FAMA DI PRIMA SCRITTRICE A QUELLA DI FEMMINISTA ANTE-LITTERAM

Gli uomini, per rimproverare le donne, fanno grande uso di un proverbio latino che dice così: Dio face le donne per piangere, filare e parlare”, scrive Christine nella “Cité des Dames” (La Città delle Dame), una raccolta di ritratti di donne virtuose, intelligenti e sapienti, del passato e contemporanee. Tutta la sua opera e la sua vita sono dettate dall’esigenza di controbattere tale ottusa misoginia. Per le sue posizioni sulle capacità e la dignità delle donne, Christine oggi è molto conosciuta negli Stati Uniti dove è considerata una femminista “ante litteram”. In Francia è celebrata come la prima scrittrice professionista, una donna che mantiene se stessa e la sua famiglia scrivendo e pubblicando libri, su commissione e non. In Italia invece il suo nome è noto soprattutto ai medievalisti. Eppure Christine de Pizan è nata in Italia, e si è sempre definita “une femme italienne”, una donna italiana, in francese tuttavia, perché questa è la lingua con cui ha scritto tutte le sue opere, lo strumento che le dava da vivere.

Christine nasce come Cristina a Venezia nel 1365, ma si trasferisce subito a Bologna, dove suo padre, Tommaso da Pizzano, è professore all’università, medico e astrologo (all’epoca le due professioni erano legate). Già nei primi anni della sua vita, Tommaso prende una decisione fondamentale per Christine: sfidando la tradizione dell’epoca, e anche le resistenze di sua moglie, decide di darle una solida cultura. La scelta di Tommaso è uno dei due eventi fondamentali nella vita di Christine, il secondo arriverà anni dopo e sarà molto più tragico. Fu probabilmente la sua cultura scientifica a spingere Tommaso a istruire sua figlia. “Si trattò di un comportamento decisamente atipico, quasi da sperimentatore o, per essere dissacranti, da ammaestratore”. In un’epoca in cui alle donne era vietato frequentare l’università, e anche vivamente sconsigliato imparare a leggere e scrivere, Tommaso fa studiare a Christine gli autori classici e contemporanei, come Petrarca, Boccaccio e Dante. L’incipit del “Livre de l’advision Cristine” (scritto da lei nel 1405 per Giovanni Senza Paura, figlio di Filippo di Borgogna e dunque nipote del re Carlo V) è un esplicito omaggio alla “Divina Commedia”: “Avevo superato la metà del cammino del mio pellegrinaggio quando un giorno, sul vespero, mi ritrovai stanca sulla via e desiderosa di riposo”.

Christine de Pizan tiene una lezione.
Christine de Pizan tiene una lezione in una miniatura medievale

UNA VITA DIFFICILE E LA CULTURA COME “PANE”

Nel 1368 Tommaso viene chiamato come medico personale del re di Francia Carlo V il Saggio (1364-1380) e si trasferisce a Parigi con la famiglia. Cristina ha tre anni, diventa Christine de Pizan, frequenta la Corte e continua il suo “addestramento culturale”. A quindici anni sposa il notaio Étienne Castel e inizia una tranquilla vita da moglie e madre, ignara di ciò che l’aspetta. Nel 1390 infatti Castel muore per un’infezione. Tre anni prima era morto anche suo padre. Christine si ritrova così sola, in ristrettezze economiche, con tre figli da mantenere e una madre malata da accudire. È il secondo evento chiave della sua vita. Dopo un primo momento di depressione, descritto nella sua ballata più famosa, “Sola sono, e sola voglio rimanere”, Christine trasforma in fonte di sostentamento la sua cultura, e inizia a scrivere e a vendere le sue opere, diventando nel giro di pochi anni una celebrità in tutta Europa. Christine non viene da un ambiente religioso come altre donne acculturate del Medioevo ma è una vedova con figli e mamma a carico. E nella sua formazione laica sta la sua straordinarietà, il centro della sua modernità. La scrittrice sfrutta abilmente la sua anomalia, cioè il fatto di essere donna e intellettuale, per promuovere il suo lavoro. Sempre nel “Livre de l’advision Cristine”, il più autobiografico, si legge: “E più, come io ritengo, per il fatto inusuale di essere scritto da una donna, come da molto tempo non era accaduto, che per dignità di esso. E così i miei suddetti libri furono, in poco tempo, diffusi e portati in numerose località e diversi Paesi”.

Ma Christine è anche consapevole dell’importanza delle immagini che accompagnano i libri. La stampa non è ancora stata inventata e lei è una vera imprenditrice a capo di un laboratorio con dipendenti che producono volumi su commissione, versioni di libri di altri autori e copie dei suoi testi. Ogni dettaglio dei volumi, testo, immagini miniate e dediche, è studiato per assecondare il gusto dei potenziali lettori e dei clienti, uomini e soprattutto donne di Corte. Con quella che oggi definiremmo un’operazione di marketing, Christine crea così l’immagine della donna intellettuale, figura che i nobili, avidi di distrazioni e stravaganze da mostrare agli ospiti, apprezzano e si contendono. Sfruttando tali lusinghe e la sua grande facilità di scrittura (fino a oggi sono stati identificati 55 manoscritti autografi) cerca così di educare le nuove generazioni di potenti a considerare la donna intellettualmente capace. A questo scopo, Christine decide di attaccare apertamente il “Roman de la Rose”, il poema più noto e amato all’epoca. La prima parte, scritta da Guillaume de Lorris nel 1245, è una lirica delicata e cortese, un’allegoria erotica medievale. Rimasto incompiuto, il poema viene ripreso e terminato alla fine del XIII secolo dall’accademico Jean de Meung. Ma il tono cambia radicalmente, e la donna da protagonista del desiderio diventa “riposo del guerriero”, oggetto di disprezzo. Christine, quindi, attacca apertamente le posizioni di de Meung, si scontra con famosi professori,ma trova anche uomini che la appoggiano.

Christine de Pizan offre una copia dei suoi lavori alla regina Isabella di Baviera, moglie del re Carlo VI
Christine de Pizan offre una copia dei suoi lavori alla regina Isabella di Baviera, moglie del re Carlo VI

L’INCONTRO CON I GRANDI INTELLETTUALI E LE IDEE “PROGRESSISTE”

Christine si confronta da pari con i grandi intellettuali di Parigi, ma continuerà a sottolineare la sua posizione di donna semplice, ben consapevole del fatto che altrimenti rischiava di cadere nel tranello di apparire superba. E coinvolge direttamente nella polemica la regina Isabella di Baviera perché “in quanto donna non poteva ignorare quale considerazione avesse il suo genere di regno”. Un gesto molto furbo: quanti avrebbero avuto il coraggio di dire che la regina, in quanto donna, era il riposo del guerriero? Ma, più che femminista, Christine deve essere considerata una donna medievale con idee illuminate. Solo così si possono capire le apparenti contraddizioni presenti nella sua opera. Se nel dibattito sul “Roman de la Rose” e nella “Cité des Dames” sposa tesi progressiste di uguaglianza sessuale, nel “Tresòr de la Cité des Dames”, manuale di educazione femminile rivolto a tutte le donne, dalle prostitute alle principesse, richiama continuamente la prudenza quale principale virtù femminile. Era una donna del Trecento, completamente immersa nel suo tempo. Ma nessuno può negare che nelle sue opere si trovino frasi di rivendicazione della parità dei sessi che non sfigurerebbero neppure oggi. Per esempio, scrive Christine: “Se ci fosse l’usanza di mandare le bambine a scuola e di insegnare loro le scienze come si fa con i bambini, imparerebbero le sottigliezze di tutte le arti, così come essi fanno. E ogni tanto succede”. L’ultima precisazione è evidentemente un riferimento autobiografico.

Nel 1418, a 53 anni, Christine è spaventata e inorridita dalla violenza che scoppia a Parigi come conseguenza delle lotte tra Borgognoni e Armagnacchi, e decide di ritirarsi nel monastero di Saint-Louis di Poissy, senza prendere i voti. Per 11 anni smette di scrivere. Poi viene a sapere delle imprese di Giovanna d’Arco, che nel 1429 riesce dove gli uomini avevano fallito: sconfiggere gli Inglesi in battaglia e fare incoronare re Carlo VII. Così riprende la penna e scrive “La Ditié de Jehanne d’Arc” (La canzone di Giovanna d’Arco). È la sua ultima opera, nella quale celebra la Pulzella come incarnazione della donna vergine, e quindi pura, che con la sua virtù uguaglia e supera gli uomini. Non conosciamo esattamente la data della morte di Christine, ma probabilmente è il 1431, pochi mesi prima dell’esecuzione di Giovanna d’Arco. E chissà cosa avrebbe scritto se avesse conosciuto la tragica fine della sua eroina.

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