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22 Giugno 1941, il giorno in cui Hitler perse la guerra: inizia l’Operazione Barbarossa

Durante la notte del 21 giugno 1941 tra le molte centinaia di migliaia di soldati nascosti nei boschi di abeti e betulle della Prussia Orientale e della Polonia regnava il silenzio radio. Un lungo schieramento di circa 3.050.000 tedeschi supportati dalle armate alleate di altri schieramenti dell’Asse che portavano a oltre 4.000.000 il totale delle forze a disposizione del Reich attendevano di invadere l’Unione Sovietica. Come un lungo serpente disteso questo occulto cordone umano si snodava dalla Finlandia al Mar Nero pronto allo scatto improvviso: nei piani di Hitler e dell’Alto Comando nazista l’obiettivo era quello di formare quanto prima uno schieramento difensivo contro la Russia asiatica ricacciando il nemico al di là degli Urali e portando il Reich a piazzare il proprio scarpone fino al limite estremo che dalla Dvina settentrionale in Arcangelo a nord, giungeva al basso corso del Volga a Sud. Ricacciare gli Slavi in Asia: solo a quel punto la Luftwaffe avrebbe potuto distruggere l’ultima zona industriale sovietica a ovest degli Urali e a cui sarebbe seguita nelle previsioni tedesche l’inevitabile resa incondizionata di Stalin.

LA QUIETE PRIMA DELLA TEMPESTA

Era da settimane infatti che i reggimenti d’artiglieria giunti lungo il confine orientale si esercitavano nonostante nella maggior parte dei soldati resistesse ancora forte la convinzione che le continue esercitazioni a cui erano stati sottoposti in quei giorni rientrassero in un blando programma diversivo volto a coprire un nuovo tentativo d’invasione della Gran Bretagna. D’altronde, nonostante la feroce propaganda nazista messa in atto dai vertici del partito e che molti storici ritengono che ebbe l’effetto di disumanizzare i sovietici agli occhi della Wehrmacht così da renderli più “efficienti” sin dalle prime battute della campagna, le apparenze erano salve e tra i due blocchi, quello nazista e quello sovietico, restava in piedi il patto Molotov-Ribbentrop di non aggressione reciproca che era stato firmato non più tardi di due anni prima. Quel trattato però era ormai poco più che carta straccia per Hitler e i suoi più fidati generali: sin dalla mattina di quel 21 giugno infatti le linee telefoniche tra Mosca e Berlino erano bollenti. Alla luce dei vasti preparativi militari lungo le frontiere che andavano dal Baltico al Mar Nero da Mosca continuavano infatti a giungere messaggi sempre più affannosi all’ambasciata sovietica nell’Unter den Linden, messaggi che richiedevano quanto prima “un’importante chiarificazione” sulle intenzioni tedesche.

Patto Molotov Ribbentrop
Firma di Molotov del Trattato di non belligeranza alla presenza di Ribbentrop e Stalin.

In realtà le informazioni che giungevano al Cremlino dagli uffici dell’NKVD, il Commissariato del popolo per gli affari interni, riferivano di ben trentanove incursioni aeree all’interno dei confini di Stato dell’URSS nei giorni immediatamente precedenti e lasciavano spazio a ben poche interpretazioni. All’interno dei vertici del Partito nessuno però accettava l’idea che la Germania avrebbe aperto un nuovo fronte, anzi Stalin era fermamente convinto che le manovre messe in atto dalla Wehrmacht nelle ultime settimane, in quella che si mostrava come un’assoluta e sfacciata mancanza di segretezza, confermassero la tesi che si trattasse di un tentativo hitleriano nemmeno troppo raffinato di ottenere maggiori concessioni. Così, in quella stessa mattina del 21 giugno alle continue sollecitazioni da Mosca il primo segretario e capo interprete Valentin Berezhkov telefonò ripetutamente al ministero tedesco nella Wilhelmstrasse per organizzare un incontro con il ministro Joachim von Ribbentrop ma dall’altro capo della cornetta la risposta era sempre la stessa: “Non c’è e non si sa quando tornerà”. Ribbentrop infatti era impegnato nello sbrigare un ordine perentorio di assoluta gravità: preparare le istruzioni per l’ambasciata tedesca a Mosca in vista dell’imminente rottura unilaterale degli accordi di non belligeranza che intercorrevano tra i due paesi.

ORE FRENETICHE A BERLINO E MOSCA

Nel frattempo a Mosca, Molotov, il ministro degli Esteri sovietico, aveva prontamente convocato al Cremlino l’ambasciatore tedesco von der Schulenburg il quale anche di fronte agli evidenti preparativi tedeschi aveva negato ogni possibile ipotesi di invasione, limitandosi a rispondere che avrebbe quanto prima contattato Berlino per fornire spiegazioni convincenti. “Von der Schulengurg – scrive lo storico Antony Beevordiplomatico della vecchia scuola e convinto assertore dell’affermazione di von Bismarck secondo la quale la Germania non avrebbe mai dovuto fare guerra alla Russia, aveva buoni motivi per essere stupito dell’ignoranza del Cremlino”. Infatti von der Schulenburg non più tardi di due settimane prima aveva informato segretamente Vladimir Dekanozov, l’ambasciatore sovietico a Berlino che si trovava in quel frangente a Mosca, sulle reali intenzioni del Führer delle quali era riuscito a venire a conoscenza nonostante Hitler in persona si fosse particolarmente prodigato nel tenere il tutto all’oscuro (allo scopo di poter gestire dall’alto ogni comunicazione ufficiale con Mosca prevenendo malaugurati spifferi) sostenendo di non avere progetti contro la Russia. Dekanozov sconcertato dal tradimento del collega tedesco pensò però che fosse un vecchio trucco crucco per ingannare il servizio di spionaggio sovietico e quando riferì l’informazione agli alti papaveri del Partito si giunse a sospettare che tutto ciò: “fosse parte di un complotto voluto da Winston Churchill, l’arcinemico dell’Unione Sovietica, per provocare una guerra tra Russia e Germania”.

Ora però le cose avevano preso una piega inequivocabile: continui rapporti dalle guardie frontaliere riferivano di intensi movimenti, del riscaldamento dei motori dei carri armati nei boschi oltre il confine, di genieri tedeschi che scavavano e istallavano selve di filo spinato davanti alle loro postazioni. Vi è di più: i servizi segreti inglesi avevano intercettato le direttive naziste ed avevano comunicato ai sovietici la data dell’attacco alla Russia così come fece anche la spia del controspionaggio tedesco Will Lemann, noto con il nome in codice di “Breitenbach“, che riferì ai sovietici rapporti concordi a quanto sostenevano gli inglesi. Stalin però, soprattutto in quelle frenetiche settimane non dette troppo peso alle informazioni che gli giungevano dal servizio segreto. Alla fine, come riferisce lo storico John Erickson nella sua opera “Road to Stalingrad“, solo dopo lunghe discussione con gli alti comandi dell’Armata Rossa Stalin si convinse ad agire ed inviò un messaggio in codice ai comandi di tutti i distretti militari occidentali: “Durante i giorni 22 e 23 giugno 1941 – recita il teso dell’ordine – si prevedono possibili attacchi tedeschi contro i fronti dei distretti militari di Leningrado, del Baltico, di quelli speciali di Kiev e di Odessa. Il compito delle nostre forze consiste nel non cedere a provocazioni che possano suscitare gravi complicazioni. Nel contempo le truppe devono essere completamente pronte al combattimento, nel caso di un possibile attacco di sorpresa da parte dei tedeschi e dei loro alleati”.

Operazione Barbarossa, soldati tedeschi
L’avanzata tedesca in Russia all’inizio dell’Operazione Barbarossa.

IL VIA ALL’OPERAZIONE BARBAROSSA 

A notte inoltrata a Berlino si era arrivati al punto di non ritorno: Ribbentrop, che aveva portato a conclusione il suo lavoro, convocò i rappresentati del governo sovietico al ministero degli Esteri. Dekanozov e Berezhkov giunsero rapidamente in Wilhlemstrasse a bordo di una limousine nera e giunti al cospetto del ministro degli esteri del Reich restarono alquanto sorpresi. Riferisce Berezhkov nell’opera “In diplomatischer Mission bei Hitler in Berlin, 1940—1941” che con una certa fretta il ministro tedesco cominciò a leggere un comunicato che altro non era che una evidente dichiarazione di guerra: “L’atteggiamento ostile del governo sovietico verso la Germania e la seria minaccia rappresentata dalla concentrazione di truppe russe sui confini orientali del paese hanno costretto il Reich a intraprendere contromisure militari”. Quando Dekanozov e Berezhkov salirono nella limousine per tornare all’ambasciata sovietica e comunicare a Mosca gli ultimi tragici sviluppi era ormai l’alba di sabato 22 giugno 1941: “All’interno dell’ambasciata, il personale […] comunicò che le linee telefoniche erano state interrotte. Sintonizzarono la radio su una stazione sovietica. Mosca era in anticipo di sessanta minuti sull’ora legale estiva tedesca, per cui […] erano le sei del mattino […] Con loro grande stupore e costernazione, il giornale radio era ininterrottamente dedicato alle cifre dell’aumento della produzione agricola e industriale dell’Unione Sovietica. Seguiva poi una trasmissione su come tenersi in forma, ma non si parlava di un’invasione tedesca”.

A Mosca era calato il gelo e i vertici erano paralizzati in mancanza di direttive certe. Stalin era ancora interdetto: non aveva ancora preso una chiara linea di condotta, roso dal dubbio se quella a cui stesse assistendo avesse i tratti della provocazione o di una guerra in piena regola. I dubbi si dileguarono alle 03.15 del mattino quando il comandante della flotta del Mar Nero riferì di un primo improvviso raid aereo tedesco contro la base navale russa di Sebastopoli. Nel frattempo le comunicazioni dal fronte erano saltate. Due ore dopo l’inizio dell’attacco sul fronte occidentale von der Schulenburg consegnò a Molotov la dichiarazione di guerra della Germania. Secondo alcune testimonianze il vecchio ambasciatore tedesco dichiarò con le lacrime agli occhi che dal suo punto di vista la decisione presa da Hitler era completamente folle. Le truppe tedesche da un pezzo però avevano già varcato il confine: era iniziata l’Operazione Barbarossa.

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